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Va' e vedi - Recensione: la guerra impressa

A quarant'anni dall'uscita Va' e vedi è ancora fra i migliori film capaci di restituirci il sentimento dello stare in guerra; un film che ci mostra come per evocare l'orrore non occorra inscenare la violenza quanto piuttosto guardare negli occhi le reazioni di chi l'ha vissuta

Titolo originale: Idí i smotrí (Ідзі́ і глядзі́)
Genere: Drammatico, Guerra
Regia: Elem Klimov
Sceneggiatura: Elem Klimov, Ales Adamovich
Cast: Aleksei Kravchenko, Olga Mironova, Liubomiras Laucevičius
Durata: 142 minuti
Paese: Unione Sovietica
Distribuzione Italia: n.d.

Sono trascorse esattamente 40 estati da quella in cui Va' e vedi fu presentato al mondo.

 

Era il 1985 e altrettante estati distanziavano il film di Elem Klimov dagli eventi che misero fine alla Seconda Guerra Mondiale. 

 

Il film narra un aspetto poco noto di tale conflitto: siamo nel 1943 e la controffensiva sovietica obbliga i nazisti a ritirarsi spingendoli ad attraversare il territorio bielorusso; qui i partigiani compiranno azioni di sabotaggio per lunghi mesi, nondimeno furono ben 628 i villaggi razziati dai tedeschi. 

 

[Trailer ufficiale di Va' e vedi]

 

 

La loro popolazione veniva spesso ammassata in un unico grande edificio e trucidata.

 

L'evento storico che funge da base narrativa per il regista fu il Massacro di Katyn', tra l'aprile e il maggio del 1940. 

Tutti i bielorussi partecipano all’azione partigiana e così vorrebbe fare Fljora, il ragazzino protagonista della pellicola, dopotutto è il solo uomo di casa. 

 

Quando però la madre viene a conoscenza delle sue intenzioni in tutta risposta gli porge un'ascia, intimandogli di uccidere lei e le sorelline.

Fljora non comprende e invece ride di gioia quando due uomini lo prelevano per portarlo con loro al fronte della resistenza: non rivedrà mai più la sua famiglia.

Non la rivedrà viva.

 

Va' e vedi è certamente un film di guerra che ha l’intento di tramandare una meno nota pagina della Storia, ma che al contempo presenta una fortissima attenzione alla costruzione del contesto emotivo al fine di restituire allo spettatore l’universale sentimento dello stare in guerra.

  

 

[Aleksej Kravčenko e Olga Mironova in Va' e vedi]

 

 

Nel folto della foresta Fljora incontrerà Glaša, una coetanea sfuggita alla deportazione: i due attraverseranno assieme gli orrori di Va' e vedi

 

Klimov riprende ossessivamente i loro visi, che si faranno molto presto simbolicamente rugosi e contorti in raccapriccianti smorfie capaci di restituire come poche altre volte nel Cinema un incubo vecchio di 80 anni. 

 

Quella dei primissimi piani frontali è la cifra stilistica della regia di Klimov per questo film: pur facendo avanzare i personaggi in linea retta verso lo spettatore il regista non fa loro guardare mai direttamente nella macchina da presa.

Il loro dolore impresso nelle pieghe delle loro smorfie è invece rivolto poco dietro la cinepresa di fronte a loro, quasi come se stessero guardando fisso verso l’operatore o, per estensione, verso il regista, chiedendogli di avere pietà. 

In una scena Fljora calpesta inavvertitamente un nido di uova pronte a schiudersi.

 

Piange: la sua fanciullezza è finita bruscamente. 

 

 

[Uno dei numerosi primissimi piani in Va' e vedi]

 

 

"L'orrore... L'orrore".

Parola del colonnello Walter E. Kurtz, di Joseph Conrad con il suo Cuore di tenebra e di Francis Ford Coppola e il suo Apocalypse Now.

 

Del resto, Va’ e vedi è stato definito da alcuni come "la sua risposta sovietica"

Un orrore cieco alle conseguenze ma insostenibile alla vista, sordo alle suppliche ma assordante nel suo manifestarsi.

Un’ulteriore annotazione tecnica circa quest'opera va alla cura dedicata proprio al comparto sonoro, contenente svariate piste di puri effetti che presentano la caratteristica del rumore (o del verso) più che del puro suono. 

 

Il fine è sconvolgere e portare a riflettere a cosa possa significare ascoltare il mondo durante una guerra.

Il film sa infatti sfruttare egregiamente atmosfere uditive per animare una costante sensazione di spiacevolezza nell'ascoltatore/spettatore. Il puro orrore, si è detto, passa anche attraverso i volti dei personaggi: occhi, pelle e visi interi cambiano durante il corso degli eventi, imbruttendosi, raggrinzendosi; le voci stesse si inaspriscono.

 

Vediamo ciò che accade davanti ai loro occhi e i primi piani ne sono un costante controcampo; si tratta però di un orrore per lo più concettuale.

 

Non vi sono inquadrature particolarmente violente.

 

Non era forse la singola operazione bellica a rendere orrenda l'Europa e nemmeno la loro sommatoria: il vero motivo di angoscia erano le ore che intercorrevano fra un massacro e l'altro, ciò che atterriva le menti e accartocciava i visi in smorfie isteriche.

Quando il nemico non si vedeva i sensi erano rilassati, ma la mente atterrita sapeva che la situazione non era stabile come poteva suggerire l'impressione dell'istante presente.

A dipingere quell'orrore era quello stato di stress costante, dato dall'indefinibilità persino del proprio immediato futuro.

 

In stato di guerra le più basilari convenzioni sociali di rispetto, tolleranza (e lecito disinteressamento) nei confronti del prossimo crollano; il mondo non risponde più come ha sempre fatto, le conseguenze delle azioni di chiunque, comprese le proprie, sfuggono orribilmente al proprio controllo anticipatorio. 

A quattro decenni di distanza, il film di Elem Klimov ci parla ancora con tutta la sua forza e ci permette di sfiorare un’esperienza limite del mondo vissuta tutt’oggi da sempre troppo numerosi esseri umani.

 

Chiunque volesse intuire il sentimento della guerra dovrebbe andare verso questo film e vedere di che si tratta, o, come dice il titolo originale, "venire" a lui.

____

 

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