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Duse - Recensione: se il tempo non aspetta la Divina

Il nuovo film di Pietro Marcello manca di slancio e perde la poesia che da sempre anima il Cinema del regista

Valeria Bruni Tedeschi veste i panni della divina Eleonora Duse, l’attrice che incantò l’Italia e non solo; nel cast di Duse troviamo anche la dolce e decisa Noémie Merlant nel ruolo di Enrichetta, la figlia di Duse, e l’eccentrico Fausto Russo Alesi, interprete di Gabriele D’Annunzio: a dirigerli c'è Pietro Marcello, regista che negli anni ci ha abituati a un personalissimo stile cinematografico.  

 

Nelle sue opere - basti pensare soprattutto all’ultimo convincente Vele scarlatte - materiali di archivio si fondono con uno stile favolistico e la zona di confine tra documentario e finzione viene resa particolarmente labile. 

 

Duse è stato presentato in concorso a Venezia 2025: il film crea un connubio tra teatro e politica, tra uno personale spaccato di vita e la messa in scena della condizione italiana del primo dopoguerra.

 

[Il trailer di Duse]

 

 

Il film indaga la figura di Eleonora Duse ponendo luce sull’ultimo periodo della sua vita, tra le suggestioni, la sua spinta a continuare instancabilmente a lavorare, il tormentato rapporto con la figlia e la incatalogabile personalità che la contraddistingueva.

 

Un po’ vecchia e un po’ bambina, così la Divina viene raffigurata sullo schermo.

Con gli occhi sempre lucidi illuminati da una luce abbagliante, ma anche con le rughe che le solcano il viso, sintomo di un tempo che continua a scorrere e che neanche la magia del Teatro può fermare. 

Nonostante intorno a lei siano molti coloro che cercano di placare il suo spirito, l'attrice non si ferma, vuole calcare la scena, vuole vivere il palco fino alla fine dei suoi giorni, vuole dimostrare che la vita la attraversa ancora, disperatamente. 

 

Le premesse di Duse sembravano essere davvero convincenti: un biopic d’autore che va a indagare una figura misteriosamente affascinante, attori italiani di grande calibro e un regista che riesce ad accarezzare emotivamente i suoi spettatori.

Le buone intenzioni però, purtroppo, non bastano a realizzare un ottimo film.  

 

Lo stile distintivo di Marcello mi è sembrato qui privato del suo massimo potenziale, arrivando a togliere identità al film; ai più Duse potrebbe infatti ricordare Maria, il biopic di Pablo Larraín presentato lo scorso anno a Venezia: due donne, entrambe protagoniste indiscusse della scena, che proprio nella scena si perdono e tentano di ricomporsi.

 

Due donne rappresentate con le loro passioni e i loro turbamenti. 

 

 

[Valeria Bruni Tedeschi in Duse]

 

 

In Duse non c’è molto che lo allontani dalla forma tradizionale di un biopic classico.

 

Ci sono degli accenni, interessanti guizzi registici e soluzioni sicuramente in parte anticonvenzionali, ma le ho trovate smorzate, faticano a conquistare il pubblico e ad elevare l'opera per arrivare a un prodotto pienamente originale, così come a mio avviso fatica a conquistare il pubblico la sua protagonista.

 

Nonostante la riconosciuta bravura di Valeria Bruni Tedeschi e alla sua tendenza, qui confermata, a non risparmiarsi mai davanti alla macchina da presa, in Duse c’è davvero troppo di lei: i continui primi piani e la sua recitazione caricata tolgono al film quel respiro necessario a lasciare spazio allo spettatore, alla riflessione, ma soprattutto a fare entrare la poesia che è sempre stata il vero personaggio principale delle opere del regista casertano. 

 

Duse, seppur si delinei come un buon biopic, non riesce dunque secondo me ad avere quello slancio necessario a sfidare le convenzioni narrative e visive, come invece mi sarei aspettata da Pietro Marcello, che ritengo essere uno dei registi contemporanei più estrosi del panorama italiano.

____ 

 

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