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The Smashing Machine è il primo film di Benny Safdie, in concorso alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia,senza il fratello Josh e con protagonista Dwayne Johnson nei panni del lottatore di UFC Mark Kerr.
Corpi sudati si scontrano l’uno contro l’altro.
Due lottatori si osservano: devono capire come reagire alla prossima mossa dell’avversario.
Nel frattempo 40000 persone cantano i loro nomi, vogliono lo spettacolo, osservare e godere di un mondo inaccessibile.
Perdere il combattimento non è un’opzione, perché significherebbe privarsi della possibilità di accedere al prossimo round, alla prossima scarica di adrenalina.
[Il trailer di The Smashing Machine]
Non solo uno sport e una fonte di guadagno, ma anche una dipendenza.
Al di fuori di questo spazio emotivo, invece, solo il vuoto.
In The Smashing Machine Mark Kerr esiste in quanto lottatore e non come persona e corpo sociale. Se Mark si trova sul ring è in grado di pensare al futuro, mentre quando è in un ambiente domestico diventa al contrario un corpo statico e non verbale, anabolizzato da una pressione emotiva alla quale non sa rispondere.
Dawn (una Emily Blunt struggente), moglie di Mark, è esclusa dall’equazione emotiva del marito; può accompagnare Mark in trasferta durante i tornei, ma è solo un oggetto da riempire di goffe frasi dolci adibite a creare l’illusione di una relazione sana.
Così come in Diamanti grezzi, The Smashing Machine è un film fatto di decisioni (“Come reagire a un colpo alla testa”) che pian piano rivelano la psicologia del protagonista - Dwayne Johnson in un one man show completamente in sottrazione - e il realismo coreografico di una messa in scena che fa dell'aggressività della macchina a mano lo strumento per mostrare il vero Mark Kerr al mondo esterno.
Benny Safdie però, al contrario dei precedenti film girati in coppia con il fratello Josh, elimina l’isteria centrifuga figlia del caos newyorkese per abbracciare un’idea di dolcezza che fa da contraltare all’efferatezza delle arti marziali miste.
[Dwayne Johnson è sorprendente in The Smashing Machine]
Se Howard di Diamanti grezzi giocava contro il fato e la possibilità di continuare a scommettere, Mark Kerr lotta per far sì che la sconfitta non arrivi mai.
Lo script di The Smashing Machine è articolato in modo da far emergere questa paura verso un futuro senza lotta e, dunque, senza amore, come se la legittimazione dell’esistenza passasse esclusivamente dall'accesso o meno al ring.
Un amore tossico, quello tra Mark e la lotta, che si ripercuote sulla crescente necessità di controllo: del cibo, del riposo, della moglie, del dolore dovuto ai colpi subiti durante gli incontri. Fortunatamente però Benny Safdie non percorre la strada già battuta da Darren Aronofsky con The Wrestler, ma vira verso una catarsi emotiva che lentamente abbraccia un’idea diversa d’amore.
L’accettazione della perdita - dell’incontro e del controllo sugli altri - gradualmente inizia a popolare la mente di Mark, non più scisso (dagli specchi), ma ricomposto nella sua fragile unità dagli insistenti primi piani.
Ecco allora che il finale di The Smashing Machine restituisce dignità al lottatore in quanto persona, con la scritta “Mark Kerr” impressa sulla pellicola di un film di brutale dolcezza.
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CineFacts segue tantissimi festival, dal più piccolo al più grande, dal più istituzionale al più strano, per parlarvi sempre di nuovi film da scoprire, perché amiamo il Cinema in ogni sua forma: non potevamo dunque mancare l'appuntamento con la Mostra di Venezia!
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