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Frankenstein - Recensione: il vero caos della creazione

Il nuovo film di Guillermo del Toro è un'opera che vive di sprazzi di idee visive e narrative interessanti, ma a prevalere è un senso di impotenza rispetto alla fonte letteraria di partenza

Titolo originale: Frankenstein
Genere: Fantascienza, Horror
Regia: Guillermo del Toro
Sceneggiatura: Guillermo del Toro
Cast: Oscar Isaac, Jacob Elordi, Mia Goth, Christoph Waltz
Uscita Italia: 24 ottobre 2025
Durata: 150 minuti
Paese: USA
Distribuzione Italia: Netflix (uscita limitata in sala)

Frankenstein di Guillermo del Toro è il nuovo film del regista messicano presentato in concorso alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia.

 

Guillermo del Toro ha inseguito la trasposizione cinematografica del romanzo di Mary Shelley per tutta la sua carriera.

 

Un po’ come il geniale dottor Victor e la creazione del suo mostro, che nel prendere vita sotto scariche di elettricità sembra liberarsi da un desiderio che si era fatto ossessione.

 

[Il trailer di Frankenstein]

 

 

Non è un caso che l’apice visivo del film di del Toro coincida con la nascita di Frankenstein, con il mostro imponente e alieno che si erge come una statua issata al centro del laboratorio di Victor.

 

Il corpo però prestato da Jacob Elordi diventa a mio avviso il primo errore di questo adattamento: secondo il romanzo originale il mostro di Frankenstein sarebbe composto da un insieme di più corpi e perciò disomogeneo, freak e tenebroso. 

La scelta, invece, di optare per il fisico scultoreo di Elordi tradisce l’animo del romanzo di Shelley, che traeva la sua forza proprio dal contrasto tra l’aspetto interiore e quello esteriore della creatura, portando il lettore a una lenta fascinazione verso il mostro.

 

Nel film di del Toro paradossalmente è il corpo del mostro a essere affascinante, anche per scelte precise di messa in scena, apparendo quasi un controsenso per la poetica del regista messicano che da sempre concentra la sua attenzione verso quelle creature che “belle” e affascinanti non sono.

 

 

[Oscar Isaac in Frankenstein]

 

Si sarebbe forse potuta rivelare come un'interessante riproposizione del mito, quella di ribaltare la mostruosità di Frankenstein per favorire, magari, una lettura contemporanea del nostro bisogno di icone che non ammettono imperfezioni.

 

Il film di del Toro però dopo la nascita di Frankenstein, con una prima parte che per atmosfere guarda molto al suo Crimson Peak, sceglie di proseguire verso il terreno già battuto dalle decine di adattamenti cinematografici realizzati in precedenza. 

Certamente la composizione di certi quadri è suggestiva, ma rimangono sprazzi di idee appiccicati a una creatura che arranca lungo le sue due ore e mezza di durata - il progetto originale prevedeva tre film - rincorrendo un respiro cinematografico che non soffia mai altrove le scorie di una produzione azzoppata dalle sue proporzioni gargantuesche.

 

Il regista di Pinocchio, come del precedente La fiera delle illusioni, cerca un’idea di Cinema bigger than life ma il suo amore per il gotico letterario e cinematografico rimane ingabbiato in un’estetica ancorata a un canone codificato che secondo me non riesce - a parte in qualche momento - a costruire immagini trascinanti figlie del suo immaginario. 

Le ombre dell’horror dunque non prendono mai il sopravvento, contribuendo a raffreddare anche il mélò scaturito dal rapporto tra Frankenstein e la promessa sposa del fratello di Victor.

 

Di conseguenza perde forza, purtroppo, anche l’idea di corruzione dell’animo virginale del mostro, dato che il rapporto di amore prima e di rifiuto poi tra il dottor Frankenstein (ottima prova di Oscar Isaac) e la sua creatura subisce delle brusche accelerazioni nella narrazione - vedasi anche la risoluzione finale - per giungere velocemente a una conclusione.

 

 

[Frankenstein: Mia Goth interpreta Elizabeth]

 

 

La lotta tra le due figure all’interno del film prova a intavolare un discorso teorico sull’importanza del Verbo (“E il Verbo si fece carne”) come mezzo per acquisire la propria coscienza, narrando la storia prima attraverso il voice over di Victor e successivamente tramite quello di Frankenstein. 

 

Anche in questo caso però del Toro indugia sulla retorica umanista dove a passare è un messaggio di fratellanza, sulla necessità dell’amore e del perdono - alla base del romanzo - veicolato però con quello che ho trovato essere un qualunquismo didascalico. 

 

Le parole sono tutte giuste, soprattutto di questi tempi, ma dal progetto di una vita mi aspettavo di più.

____ 

 

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