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Jay Kelly è il nuovo film di Noah Baumbauch, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.
George Clooney veste i panni del protagonista: un attore, anzi, un divo da tutti osannato che si trova ad affrontare la crisi di mezza età e cerca di tirare le fila di quelle che sono la sua vita e la sua carriera, indistricabilmente intrecciate.
A fargli da spalla durante tutto il film c’è Ron (Adam Sandler), il suo manager, la sua ombra, pronto a riparare continuamente ai suoi errori.
“Voglio andare via da questa festa!”, esclama Jay ad inizio film e forse qui è davvero racchiuso tutto il significato di Jay Kelly: il protagonista vuole fuggire, rifugiarsi nelle poche cose che conosce, seppur vacillanti, in un'esistenza che sembra non appartenergli più e che forse non è mai stata veramente sua.
[ll trailer di Jay Kelly]
Seppur Jay Kelly appaia come una personalità a tratti stereotipata e prevedibile, nasconde però una densa sostanza emotiva che nel corso del film si espande, diventandone il punto cardine.
Lo vediamo districarsi nei ricordi del passato e annaspare in un presente diventato per lui intollerabile, mentre si interroga su un futuro che sembra senza certezze.
Chi è davvero Jay Kelly, il divo che tutti ammirano, ma nessuno conosce davvero?
Avendo così tanto aderito a un ruolo per tutta la vita quali parti gli appartengono veramente?
Jay non ascolta, è distratto, le figlie avvertono il distacco che per tutta una vita le ha separate dalla figura paterna.
“Sembra un involucro vuoto”, afferma Jessica (Riley Keough) riferendosi al padre che ha cercato disperatamente di impressionare, che da piccola cercava invano di trattenere al suo fianco.
Al tempo stesso, anche Jay corre disperatamente verso quel calore, quell’abbraccio, quello sguardo di approvazione che neanche lui ha mai ricevuto.
Baumbauch dirige un film che esplora quello che c’è dietro la scintillante illusione della fama, con tutta la difficoltà a conoscere e riconoscere sé stessi dietro a mille occhi che osservano, ammirano, invidiano.
[Laura Dern, George Clooney e Adam Sandler in una scena di Jay Kelly]
La scelta di casting che vede George Clooney nel ruolo di protagonista aggiunge a Jay Kelly un valore in più.
Sembra quasi che Jay parli a Clooney e Clooney parli a Jay: le loro esperienze ed esistenze si incrociano ed è difficile constatare quanto ci sia veramente dell’attore nel ruolo che interpreta.
Vincente è, inoltre, l’accoppiata con Adam Sandler e la sua riconosciuta capacità di riuscire a combinare leggerezza e profondità; quella del manager è la figura di un uomo concreto, ma complessamente umano, capace di essere spalla senza mai risultare secondario.
Jay Kelly si rivela dunque a mio avviso un film patinato come il suo protagonista e forse l’obiettivo era proprio questo: accendere guizzi emotivi e cavalcarli senza attraversarli troppo, lasciando allo spettatore la possibilità di prendere qualcosa - perché qualcosa da prendere c’è - percorrendo l’esistenza di un uomo che non è mai andato veramente a fondo.
Mentre Jay cerca invano di aggrapparsi a una parvenza di significato, capisce che probabilmente non ha mai veramente guardato, ascoltato, vissuto la propria esistenza pienamente consapevole di sé stesso e di coloro che aveva intorno.
Il vero significato, però, lo ritrova alla fine negli occhi degli spettatori che, ammirati, lo guardano sul grande schermo. E forse capisce che in fondo ne è valsa la pena.
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CineFacts segue tantissimi festival, dal più piccolo al più grande, dal più istituzionale al più strano, per parlarvi sempre di nuovi film da scoprire, perché amiamo il Cinema in ogni sua forma: non potevamo dunque mancare l'appuntamento con la Mostra di Venezia!
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