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La grazia - Recensione: Sorrentino e la misura del dubbio

Paolo Sorrentino apre l'82ª Mostra del Cinema di Venezia con La grazia, un film immerso nel mondo della politica e, al tempo stesso, profondamente politico nei temi che tratta

La grazia è il nuovo film di Paolo Sorrentino che apre l'82ª Mostra del Cinema di Venezia.

 

Lev Tolstoj scriveva in Anna Karenina “Il mio peccato principale è il dubbio. Io dubito di tutto e mi trovo sempre nel dubbio”.

 

Il Cinema di Paolo Sorrentino ha sempre gravitato su quella che Italo Calvino chiamava “la superficie inesauribile delle cose”.

Porsi domande sull’apparenza di ciò che vediamo, su un punto di vista preciso che si fa indagatore di una realtà sfuggente, imperscrutabile proprio perché superficiale.

I suoi personaggi, il suo teatro di maschere, nel loro parlare per aforismi con frasi che sentenziano verità mirano “Ad avere la risposta pronta”, piuttosto che sincera.

 

Eppure ne La grazia Sorrentino sembra invertire la rotta della sua poetica indagando i dubbi che attanagliano la mente di Mariano De Santis (Toni Servillo), Presidente della Repubblica a cui mancano solo sei mesi prima della scadenza del mandato.

Ex democristiano e perciò abituato a mantenere la parzialità nelle decisioni, De Santis è soprannominato “Cemento armato” proprio per la sua capacità di saper fare da collante in situazioni scomode.

L’amore per la moglie defunta, per i suoi due figli e per la legge (De Santis è un giurista) lo portano però a mettere in dubbio il suo passato e le sue convinzioni sociali, ponendosi dilemmi morali che si fanno cartina tornasole dell’Italia intera. 

 

Proprio grazie a una scrittura intelligente Sorrentino ne La grazia più che risposte pone domande allo spettatore, interrogandolo su questioni sociali contemporanee (il diritto all’eutanasia, tra gli altri) senza avere la presunzione della “risposta pronta” a cui siamo abituati nell’immediatezza quotidinana data dai social media.

 

La grazia è perciò a mio avviso un film immerso nel mondo della politica - con i suoi compromessi e sotterfugi - e il primo film politico in senso stretto del regista napoletano.

Forse, anche per questa ragione, il muscolarismo estetico che caratterizza il suo Cinema ne La grazia viene meno, lasciando spazio a ripetuti primi piani e mezze figure inquadrate in pochi ambienti, perlopiù racchiusi tra le mura dei palazzi. 

 

A essere centrale, dunque, è un’idea di Cinema che privilegia - nonostante i temi affrontati - la leggerezza della messa in scena, favorendo anche in momenti precisi l’indagine su un mondo - l’uso della macchina a mano in pianosequenza è fondamentale da questo punto di vista - scevro dalla patina di (apparenti) certezze di cui si vanta il mondo della politica.

In questa ricerca di risposte animata dal riaccendersi di un’etica lavorativa e morale Sorrentino orchestra e accavalla sottotrame che delineano un quadro psichico appassionato e appassionante del suo protagonista.

 

Così La grazia nel suo essere un film politico è anche un film sulla ricerca d’amore di De Santis per i propri figli e per la moglie scomparsa, che non ha paura di porre - appunto - dubbi etici proprio perché non sono affrontati con superficialità. 

 

Con un’ironia mai così affilata e pervasiva Paolo Sorrentino celebra quella leggerezza che il suo protagonista insegue incessantemente, raggiungendo un equilibrio tra il dramma e la commedia che, come il cemento armato, è in grado di sorreggere il film. 

____ 

 

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