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Orphan è già un film cruciale nella carriera di László Nemes.
A un decennio dallo straordinario successo mondiale ottenuto con Il figlio di Saul e sette anni dopo la sfortunata accoglienza riservata dalla Mostra al suo Tramonto, l'autore ungherese torna a Venezia con un film ambizioso e sentito.
Non è comune a molti autori sperimentare un trionfo critico assoluto con il proprio esordio, capace di vincere il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes e tutti i maggiori riconoscimenti della stagione dei premi, incluso l'Oscar per il Miglior Film in Lingua Straniera.
Proprio per questo spesso l'opera seconda e l'opera terza sono le più delicate.
[Orphan segna il ritorno alla Mostra di Venezia del Premio Oscar László Nemes]
Se il secondo lavoro di Nemes, a mio avviso comunque notevolissimo, non era riuscito a riscuotere nemmeno una piccola parte del successo del suo predecessore, Orphan è un'opera che ne rinnova le ambizioni, complice anche un leggero cambio stilistico già preannunciato nella conferenza di presentazione della Mostra.
Il film, co-sceneggiato da Nemes con la sua abituale collaboratrice Clara Royer, è ambientato nella Budapest del 1957, un anno dopo il fallimento della rivoluzione ungherese.
Orphan racconta la storia di Andor Hirsch, un ragazzino ebreo orgogliosissimo del suo cognome perché convinto dalla madre che suo padre - su cui ascolta quotidianamente racconti idealizzati - sarebbe tornato dai campi di prigionia.
Il giovane vede la sua vita cambiare e le sue speranze andare in fumo quando uno straniero dai modi tutt'altro che gentili si presenta a casa sua affermando di essere il padre e pretendendo di prendere il controllo della sua famiglia.
La pellicola, però, si apre con un prologo fondamentale: nel 1949 Andor viene rilevato da sua madre da un orfanotrofio; l'intera sequenza, girata dalla prospettiva del bambino, ci restituisce la volontà di costruire lo sguardo - occluso e spaesato - sul mondo del giovanissimo protagonista.
Pur non abbandonando la sua tendenza a tallonare i suoi personaggi, capace di creare un effetto immersivo e trascinante, l'autore ungherese inserisce nell'opera una presenza più incisiva del controcampo, dei campi lunghi e dei plongée: l'obiettivo di costruire un mondo ampio, per quanto non attraverso uno sguardo oggettivo, è del tutto spiegata dalle note di regia di Orphan.
[Orphan conferma l'ottima padronanza del mezzo di László Nemes]
Nelle intenzioni del regista c'era quella di filtrare i tumulti europei del secolo scorso, tanto profondi da sfociare nel nostro presente e distorcere le prospettive sul nostro futuro, attraverso uno sguardo pre-adolescenziale che lo stesso autore definisce "intrappolato tra la percezione di trovarsi schiacciato da un mondo minaccioso e un triangolo familiare che non riesce a comprendere".
Orphan è in definitiva la storia della lotta di Andor con la sua oscurità interiore e con i compromessi a cui è costretto a piegarsi ma, volendo allargare la prospettiva, è la storia della nascita di una nuova Ungheria, in cui tensioni politiche, oppressioni e odio si sono fatti strada tra le macerie di un paese ancora provato dalla guerra, costringendo chi aveva intenzione di sopravvivere a fare i conti con un passato pieno di contraddizioni e un presente basato sui rapporti di forza.
Il contesto di Orphan nasce dunque dalla storia della famiglia del regista, che ha attraversato le devastazioni dell'Olocausto e l'oppresione del regime comunista: una spirale di odio in cui il giovane Andor cade, deformando il suo volto come il giovanissimo Fljora di Va' e vedi, uno dei riferimenti lampanti della filmografia di Nemes.
[Il giovanissimo Bojtorján Barabas è un ovvio candidato al Premio Marcello Mastroianni per la sua prova di debutto in Orphan]
Malgrado un primo atto che è stato diffusamente recepito come ipertrofico e sbilanciato nella sua durata, Orphan riesce a mio avviso a tirare le fila del complesso tema trattato in un crescendo notevole, che parte al momento dell'entrata in scena del bravissimo Grégory Gadebois.
In attesa del secondo film magiaro del concorso - Silent Friend di Ildikó Enyedi - il Cinema ungherese ritrova uno dei suoi alfieri con un'opera che ha del potenziale per dividere pubblico e critica, ma che conferma la volontà di evolvere di un autore che ci auguriamo di ritrovare con maggiore frequenza sui nostri schermi.
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CineFacts segue tantissimi festival, dal più piccolo al più grande, dal più istituzionale al più strano, per parlarvi sempre di nuovi film da scoprire, perché amiamo il Cinema in ogni sua forma: non potevamo dunque mancare l'appuntamento con la Mostra di Venezia!
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