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Warfare - Tempo di guerra arriva nelle nostre sale al culmine di un periodo molto fortunato per Alex Garland.
Dopo l'ottimo successo planetario di Civil War e di 28 anni dopo, sceneggiato dallo stesso Garland per la regia di Danny Boyle, l'ex romanziere britannico firma assieme a Ray Mendoza un'opera che si presenta come incredibilmente originale sin dalla sua premessa: l'intero film è infatti fondato sui ricordi dello stesso Mendoza e dei suoi compagni di reparto nei Navy SEAL, focalizzandosi nello specifico su un'operazione avvenuta in data 19 novembre 2006, subito dopo la battaglia di Ramadi in Iraq.
Il tentativo di far convergere sforzo concettuale e coinvolgimento emotivo rappresentava una sfida importante per Garland e per A24, che assieme a DNA Films si è impegnata in uno sforzo produttivo meno poderoso di quello di Civil War (circa 20 milioni di budget) ma non per questo meno ambizioso.
[Il trailer di Warfare - Tempo di guerra]
L'idea stessa di fondare Warfare sul ricordo di chi ha vissuto gli eventi narrati riesce nella spettacolare operazione di distorcere completamente la percezione dello spettatore, che pensa di trovarsi davanti a un'opera che non può che essere estremamente fedele alla realtà, salvo realizzare in corso di visione gli infiniti fattori percettivi che possono aver modificato la memoria dei narratori.
"Tutto documentato, tutto arbitrario", direbbe Giorgio Manganelli così come citato nell'apertura del Loro di Paolo Sorrentino.
A essere documentato, in questo caso, è lo scontro tra il gruppo di Ray Mendoza e i guerriglieri iracheni nel corso della Seconda Guerra del Golfo.
Il reparto dei SEAL era stanziato in una casa di civili in Iraq, salvo essere scoperto, circondato e assediato. L'arbitrarietà però si insinua inevitabilmente ciascuna delle scelte che compongono l'opera.
La somma delle stesse rende, però, Warfare un film estremamente interessante nella sua ambiguità.
[Malgrado Ray Mendoza sia regista e protagonista dell'opera, Warfare non privilegia in maniera esclusiva il suo punto di vista]
Sin dalla sua apertura, con il videoclip di Call on Me di Eric Prydz - che sembra strizzare l'occhio ai video di fitness resi celebri da Jane Fonda e poi ripresi con efficacia da The Substance - che viene mostrato ai soldati subito prima della missione come fosse una potente droga capace di toglier loro ogni coscienza sulla guerra, Warfare si impone di privilegiare uno sguardo diffuso sui protagonisti, azzerando sin da subito le aspettative di un racconto imperniato su un unico punto di vista.
A colpire immediatamente c'è una totale indefinitezza dei motivi della missione, né degli obiettivi che la stessa vuole perseguire.
Oltre alla totale assenza di un vero protagonista, scelta che esalta la coralità del cast popolato di giovani e rampanti attori hollywoodiani - da D'Pharaoh Woon-A-Tai che interpreta lo stesso Mendoza a Michael Gandolfini, passando per Will Poulter, Kit Connor, Charles Melton, Cosmo Jarvis e Joseph Quinn - a rubare l'occhio dello spettatore c'è l'assoluta peculiarità con cui vengono gestiti i tempi della narrazione.
Alla dilatazione dell'attesa e all'estrema dovizia di particolari militareschi con cui il film si apre si sussegue con efficacia il caos tutt'altro che organizzato della battaglia tra i militari e gli insorti.
Insomma, per una volta il sottotitolo italiano è perfetto: Warfare fa del tempo di guerra la sua peculiarità principale.
Con grande sapienza e sorretti da un comparto tecnico (soprattutto sonoro) di grande livello, Garland e Mendoza tendono a privilegiare il tentativo di posizionarsi dentro gli attimi della guerra - scelta vicina a quella di Dunkirk, anche per la pluralità dei punti di vista mostrati - ma inframmezzano le fasi più concitate della battaglia con delle gelide inquadrature dei monitor del supporto aereo, nei quali è possibile vedere uomini di schieramenti opposti muoversi come pedine in maniera del tutto asettica.
Squarci di totale deumanizzazione del conflitto che creano un inevitabile attrito nello sguardo dello spettatore.
[Warfare rappresenta con dovizia di particolari i rumori e la devastazione della battaglia]
La sensazione di disagio aumenta a dismisura quando chi osserva Warfare realizza di non aver chiaro né quali siano le fattezze fisiche dei nemici né quali siano le reali motivazioni delle azioni militari che hanno portato allo scontro: un'ignoranza che raggela lo spettatore e apre spazi di riflessione.
Il risultato di ciascuna di queste scelte è un film del tutto anti-epico, che persegue il paradosso di decostruire i canoni dei film di guerra pur essendo, di fatto, un tentativo - inequivocabilmente mediato e non oggettivo - di ricostruzione fedele degli eventi narrati.
Ciò che emerge, anche attraverso un cartello piuttosto smaccato a fine film, è un tentativo di esaltazione delle scelte responsabili e funzionali in un contesto guerresco rispetto a una diffusa e acritica esaltazione dell'eroismo militare.
La chiosa di Warfare, che indugia sui volti dei reali protagonisti dell'operazione (alcuni dei quali del tutto oscurati), risulta a mio avviso leggermente ridondante, ma restituisce con buona efficacia la pluralità delle reazioni soggettive ai traumi rappresentati nella pellicola.
Pur senza raggiungere le sfumate implicazioni morali e artistiche di Civil War, Garland e Mendoza passano agevolmente dalla fanta-politica a un racconto dagli intenti realistici, riuscendo a preservare la compattezza concettuale della loro opera e presentando agli spettatori un film che non lesina comunque spettacolarità e tensione.
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