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Weapons - Recensione: la città dei bambini perduti

Dopo il colpaccio di Barbarian un tenebroso e ispirato Zach Cregger torna a inquietarci a regola d'arte con un nuovo potente incubo suburbano al sapore di Stephen King

Weapons è un film scritto e diretto da Zach Cregger con protagonisti Josh Brolin, Julia Garner e Benedict Wong. 

 

"Questa è una storia vera, di quelle in cui muore parecchia gente e nei modi più strani".

 

Una gran bella sparata, non c'è che dire, soprattutto per un film come Weapons, il cui programmatico e assai ermetico titolo, al pari di una vera e propria sineddoche, impiega strategicamente una minuscola e a lungo indecifrabile parte per rappresentare un ben più terrificante tutto.

 

 

[Il trailer ufficiale di Weapons]

 

 

La piccola e apparentemente indifesa cittadella di Maybrook immaginata da Zach Cregger è in realtà l'estensione di un archetipico superior malum e la cosa è ben chiara fin dalle prime nottambule inquadrature di questo fosco thriller di quartiere, profondamente innervato da un orrore decisamente sovra e ben poco naturale.

 

Sulla carta una normalissima e statunitense Suburbicon come tante il Cinema e la letteratura ci hanno illustrato; nella quale, tuttavia, al pari della patinata Lumberton del lynchano Velluto blu il marcio cova e brulica al di sotto di aiuole ben tagliate e rassicuranti steccati messi a protezione di rassicuranti villette a schiera dietro le cui finestre, per citare il buon Jack Clayton, Qualcosa di sinistro sta per accadere. 

 

O, per meglio dire, è già avvenuto... 

 

 

[Julia Garner detective improvvisata in Weapons]

 

 

Una disincantata Twin Peaks di asfalto e periferico degrado popolata da un'umiltà sottilmente allo sbando nella quale niente e nessuno pare volersi e potersi salvare.

 

Un autentico Villaggio dei dannati, dove a essere tali non sono certo coloro che se ne andarono quanto piuttosto coloro che rimarranno.

È infatti in questo ennesimo periferico locus malus pervaso dalla medesima (stra)maledettissima putrescenza della kinghiana Derry che Loro, i veri protagonisti assenti di questo Weapons, non un bel dí ma piuttosto una Silent Night, Deadly Night, semplicemente e misteriosamente scomparvero.

 

17 bambini, la quasi totalità di un'intera classe elementare: usciti di soppiatto alle ore 2:17 della notte e mai più tornati al domestico ovile. 

Indizi?

Davvero pochi, se si escludono i radi fotogrammi di qualche sparuta telecamera di sorveglianza nei quali i piccoli desaparecidos vengono mostrati dispiegare enigmaticamente le braccine in una corsa a perdifiato fra l fauci del tenebro Nulla come in una versione assai più oscura della tristemente celeberrima Napalm Girl immortala dall'iplacabile scatto di Nick Ut. 

 

Sopravvissuti? 

Solo uno: il piccolo e taciturno Alex (Cary Christoper) rimasto miracolosamente al proprio banco, ma che di Weapons ancora scottanti e inesplose pare nasconderne parecchie nelle viscere del suo sdrucito zainetto.

 

 

[Josh Brolin padre disperato e arrabbiato in Weapons]

 


Sospetti?

Pur essendo miglia e secoli lontani dalla tristemente nota Salem, l'equivoco e secondo molti assai sospetto capro espiatorio (in)degno di essere etichettato come witch - o, volendo, pure bitch - altri non è che la mite e disorientata insegnante Justine Gandy, una sempre eccellente Julia Garner con ancora addosso i graffi del Wolf Man di Leigh Whannell e le argentate curve della Shalla-Bal de I Fantastici Quattro - Gli inizi

 

Cosa c'entra - se davvero c'entra - la nostra premurosa seppur incipientemente alcolizzata educatrice con la scomparsa di quasi tutti i propri imberbi pupilli?

 

Avrà forse trasmesso loro qualche strambo e pericoloso insegnamento pronto a esploderle fra le mani come la più pericolosa e impropria delle Weapons

Domande spinose ma più che mai sacrosante quelle che molti arrabbiati e sofferenti genitori, a partire dall'ombroso e traumatizzato Mr. Graff (Josh Brolin), pretendono di porre tanto all'autorità scolastica - capitanata dall'ignavo Preside Marcus (Benedict Wong) - quanto e soprattutto a quella di pubblica sicurezza. 

 

Di quest'ultima in particolare fa parte lo sfigatissimo agente Paul Morgan (Alden Ehrenreich), le cui (dis)avventure amorose con l'incasinata maestrina di cui sopra nonché con uno sbarellato tossicomane di quartiere (Austin Ambrams) lo condurranno del tutto involontariamente a un passo e una sberla di troppo dalla scoperta del losco e terrificante inghippo che si cela dietro - ma forse sarebbe meglio dire sotto - al summenzionato Vanishing. 

 

Nel caso ve lo steste chiedendo, per fortuna questa volta niente furbeschi ed extraterrestri dei ex machina del quarto tipo pronti a rifilarci l'ennesimo Plan 9 from Outer Space. 

 

 

[Ogni incubo è bello a mamma sua in Weapons]

 


È tuttavia un mistero degno di questo nome quello che infatti funge da temibile casus belli agli occulti orrori che strisciano nel cuore pulsante di Weapons

 

Un succoso pretesto, foriero di un certo perturbante mood così come pure di un più che mai promettente plot twist a tradimento che, voi per affinità atmosferica così come pure inevitabilmente tematica, lo zampino - anzi, il tocco - di un veterano come M. Night Shyamalan non può certo negarselo né tantomeno negarcelo, vero? 

Come accade infatti per gli egualmente non pervenuti Bambini di Cold Rock evaporati tra il freddo e la miseria del ben più disgraziato borgo apparecchiatoci dall'ex enfant prodige Pascal Laugier, anche stavolta gatta o qualcosina di ben più ferino ci cova eccome.

 

Cova nel lutto e nell'assenza inquietantemente ingiustificata di coloro i quali paiono essere stati divorati dalla medesima rapace e nerissima cronaca di quei malati sobborghi in odor di finchiano Seven nei quali il buon Scott Derrickson - su soggetto nientemeno che di Joe Hillstrom "Hill" King - ambientò il suo desaturato nonché visceralmente malato Black Phone.  

 

È appunto con la chirurgica intenzione di scandagliare in lungo e in largo le occulte cause e i disastrosi effetti di questa cocente absentia che un implacabile Zach Cregger sceglie di impiegare senza remora né mezzi termini tutte le cinematografiche Weapons a propria disposizione, cesellando un apparentemente intricato puzzle di differenti punti di vista che, attraverso il reiterato impiego di flashback selettivi, retrocedendo quanto basta verso quel fondamentale momento X permetteranno alla lunga di (ri)comporre le molteplici Verità nascoste che già il mitico Akira Kurosawa aveva soggettivamente centellinato nel corso del suo immortale Rashomon.

  

 

[Benedict Wong fa gli occhioni dolci e il faccione congestionato in Weapons]

 

 

Un mosaico di sguardi capaci di far detonare l'intera narrazione in una fitta maglia di capitoli: ciascuno dedicato, oltre che nominalmente intitolato, a ognuno dei volutamente laidi e respingenti personaggi principali - cosi come pure apparentemente secondari - di questa nera fiaba metropolitana che tanto nelle incubotiche corde di una lenta ma inesorabile detection quanto e soprattutto nello spirito di Colui che attende sornione Al Piano Di Sotto molto - forse anche un pizzico troppo - deve al genio di Oz Perkins e al suo destabilizzante Longlegs.

 

Una finzione, non c'è che dire; di quelle che il cinema prende al volo per raccontarci cose che noi umani non potremmo né dovremo forse mai immaginare. Una vera e propria Pulp Fiction, per dirla come lo zio Qentin Tarantino.

 

Un multiplo e tentacolare intreccio - volto a dissipare l'ingombrante e pesantissimo Elephant nella stanza - che non può non richiamare alla mente la disallineata timeline alla base del domestico The Grudge di Takashi Shimizu,dove i singoli criptici tasselli finivano anch'essi per disvelare, porzione dopo porzione, il terrifcante disegno di una fabula che, come direbbero i fan della cara vecchia Gestalt, a conti fatti appariva ben superiore alla mera somma delle proprie criptiche parti.

Una ben poco convenzionale lezione di stile e suspense solo in apparenza anti-narrativa che, tuttavia, se ben rammentate lo scafato Creggers già aveva avuto modo di applicare, seppur in forma decisamente più contenuta e controllata, in quel suo folgorante Barbarian nel quale, ben prima che l'orrore venisse a bussare alle lucide porte della laccata contea di Orange, parecchie cosette alquanto spiacevoli già erano pronte a far capolino in altri luoghi, in altri laghi e soprattutto nelle budella di ben altri loschi scantinati.

 

Se ancora non si fosse capito, Weapons è dunque quel che si direbbe un film innegabilmente potente.

Anzi, direi senza indugio un film quanto mai potentissimo, un orrorifico colpaccio a regola d'arte.

 

Almeno quanto potrebbero esserlo un affilato proiettile di grosso calibro sparato a tutta velocità - seppur con i propri compassati e necessari tempi - attraverso due abbondanti e ansiogene orette, pronto a impattare con rara forza e compattezza contro il proprio bersaglio facendo nel mentre montare una più che discreta dose di brividi, disorientamento, punti interrogativi e parecchie polpose aspettattive.

 

 

[Julia Garner l'unica e vera scream queen di Weapons]

 


Volendo tuttavia rimanere ancorati a quell'ormai abusata metafora che il suo stesso titolo così sornionamente suggerisce, Weapons è indubbiamente anche e soprattutto un'arma a doppio taglio. 

 

Un terrificante oggetto contudente di pregiata fattura e ancor più singolare peso specifico che, tuttavia, forte del suo suggestivo stile registico e di un'intelaiatura narrativa così inusuale quanto innegabilmente ammaliante, al momento di far quadrare gli arcani conti e di scoperchiare le misteriose carte in tavola potrebbe forse - il condizionale è quantomai d'obbligo stavolta - far storcere il naso a quel pubblico secondo cui il Male dovrebbe evitare di rivelarsi troppo ultra e rimanere quanto più terreno possibile. 

Gli stessi, per intenderci, che avranno certamente da ridire a proposito di talune derive solo apparentemente cringe che con il nostro Cregger e il suo raggelante gioiellino ci andranno certamente non solo a nozze, ma direttamente nella tomba. 

 

Si tratta in verità di una pura questione di lana caprina, perché quando i (doppi) nodi - magari proprio quelli di una qualche infigarda ciocca di capelli tranciata a tradimento - che danno forma a questo Weapons verranno al pettine ci sarà di che bearsi e, soprattutto, di che riempirsi gli occhi.

 

A patto ovviamente che qualcuno di nostra conoscenza non scelga di strizzarceli o, peggi ancora, cavarceli prima del dovuto.

Chi vuole intendere intenda o, piuttosto, rimanga seduto in sala fino alla beneamata fine; anche perché quando i brividi sono di questa portata ogni attesa, per quanto lunga, non potrà mai essere invana.

 

È davvero curioso, oltre che filmicamente assai appagante, notare come molti promettenti autori della nuova guardia svezzati per lo più a pane e risate abbiano in seguito scelto di passare al Lato Orrorifico della Forza al momento di battere il loro primo ciak.

 

 

[Corri Forrest, corri! Ma in Weapons sono gli orrori a prendere il volo]

 


Fu così a suo tempo per un vate del tanto chiacchierato elevated horror come Jordan Peele

 

Accadde in seguito anche per un bel tenebroso come John Krasinski - l'autore dietro la fortunata saga di A Quiet Place - e ora la magia pare essersi ripetuta anche per un egualmente ispirato terrorista del genere - per dirla à la Lucio Fulci - qual è il summenzionato Zach Cregger: passato dalle goliardiche scorribande di gruppo alla corte di The Whitest Kids U' Know alla cupa e tenebrosa doppietta registica che ormai tutti ben conosciamo.

 

Il suo è uno stile davvero peculiare e grottescamente unico nel suo ancor indecifrabile "genere": capace di inquietare con la propulsiva forza motrice di un surreale too much e al contempo d'insinuare un nero umorismo da stemperare a denti stretti, occhi spalancati e pelle rigorosamente d'oca.

Nonostante infatti la produttiva mano lunga di New Line Cinema e Vertigo Entertainment - gli stessi non a caso dietro ai successi del ConjuringVerse, della Final Destination Saga e del revisionista doppio It di Andy Muschietti - si faccia parecchio sentire, l'incubotico e disturbante immaginario apparecchiatoci dall'implacabile cineasta di Arlington grazie alla gelida fotografia di Larkin Seiple e le raggelanti sonorità dei fratelli Ryan Hays Hollyday si può orgogliosamente etichettare come farina del suo capiente sacco

 

Un'autoriale wunderkammer piena zeppa di incubi e Cose molto cattive dalla quale cavar fuori pochi ma buoni jumpscare dosati strategicamente al posto nonché al momento giusto; funzionali ad accrescere uno strisciante senso di malsana inquietudine pronta a traformarsi, come per alchemica intercessione, in vero e proprio panico nel momento in cui la vera natura delle più volte evocate Weapons verrà finalmente e tragicamente svelato.

 

Su ques'ultimo punto, capite bene anche voi, non è cosa buona né tantomeno giusta indugiare troppo in tale sede, almeno se non si vuol rischiare di infrangere qual prezioso 11° comandamento per il quale la fetente pratica dello spoiler appare alla stregua di un imperdonabile peccato contro Dio, oltre che verso i poveri assetati spettatori.

 

 

[Se la mamma non bussa prima di entrare, allora di certo avrà già visto Weapons in anteprima!]

 


Basterà tuttavia dire che, così come quella piccola, serpentina e innegabilmente enigmatica particella plurale avrà ormai fatto intuire, di Weapons non potranno che essercene parecchie: dentro così come fuor di metafora. 

 

Tanti sono infatti quei Bambini Sperduti e probabilmente finiti su un'Isola Che Non C'è ben diversa da quella che il buon J.M. Barrie aveva originariamente concepito a letterario uso e consumo di schiere di giovani sognatori. 

Un innominabile e innominato Dark Place orfano del caro Peter e di quella fatata Trilly di cui la nostra infantile memoria è ormai satura, ma ugualmente abitato da un qualche malintenzionato babau che, pur senza qualsivoglia uncino né il physique du rôle di un ennesimo stucchevole Boogeyman, con una sgargiante parrucca, abbondanti strati di cerone e qualche maldestra sbaffata di rossetto avrebbe certamente tutte le carte in regola per dar del filo - o, nel caso, pure della corteccia - da torcere al caro vecchio Pennywise.

 

O, se è per questo, pure all'egualmente seriale e demoniaco Dale Ferdinand "Longlegs" Kobble di Nicolas Cage; il quale come grottesca e più che mai letterale mascherona di morte mi pare possa decisamente bastare e avanzare, no? 

D'altronde, per citare la più gettonata delle tagline ripescata da quei tristi, bui, pericolosi e parecchio sospetti tempacci andati durante i quali, a quanto si diceva, i treni arrivavano quasi tutti in orario: la mano del Maestro King ha tracciato il solco e ora le affilate Weapons di Cregger lo difendono di gran carriera!

 

Così come inoltre fu per gli incauti Hansel & Gretel - o Gretel & Hansel, se vogliamo scomodare nuovamente il maramaldo Perkins jr. - di grimmiana memoria, quando ci si perde nel buio ventre o fra gli asfaltati viottoli di una dantesca selva oscura conviene inforcare armi e bagagli andando alla ricerca di quella tanto favoleggiata casetta di marzapane - o, mal che vada, anche di legno e cartongesso newyorkese - nelle cui profondità una famelica The Witch attende paziente di reclamare la propria libbra di carne e sangue.

 

Per farci cosa, beh: questa è tutt'altra questione.

Una di quelle per cui vale davvero la pena di correre al cinema con le Weapons e le speranze ben spianate.

 

Ben sapendo tuttavia che il Male, quello vero, stavolta è pronto come non mai a imbellettarsi, travestirsi e ingannarci a tal punto che solo un nerissimo, grottesco e assai violento (un)happy ending Al nuovo gusto di ciliegia potrà forse rimettere un tantino a posto le cose.

 

O forse no?

___ 

 

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