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Hellboy - L'uomo deforme è un film diretto da Bryan Taylor con protagonisti Jack Kesy, Jefferson White e Adeline Rudolph, adattamento live action dell'omonimo fanta-orrifico graphic novel di Mike Mignola.
Così come non è bene giudicare un libro dalla sua copertina, allo stesso modo non mi pare affatto corretto valutare un film dalla fama del proprio regista.
D’altronde, come ci ricorda spesso qualcuno di nostra greenawayana conoscenza: "è sempre meglio fidarsi dell’opera e mai dell’autore", giusto?
È tuttavia solo con piena cognizione dei cinematografici trascorsi di un birbantello della macchina da presa come Bryan Taylor che possiamo comprendere sino in fondo per quale motivo un titolo come Hellboy - L'uomo deforme ci appaia tanto pieno di buoni propositi, ma al contempo così sconclusionato - per non dire a tratti addirittura approssimativo - dalla prima all’ultima inquadratura.
[Il trailer ufficiale e ricco di oscuri propositi di Hellboy - L'uomo deforme]
Molti hanno approssimativamente già definito Hellboy - L'uomo deforme come una sorta di fanboy movie pieno di cuore, marciume e parecchie cosucce ben poco raccomandabili.
Personalmente, invece, più che un "vorrei ma non posso" preferisco vederlo come un guilty pleasure in potenza: un frutto gibboso, genuinamente imperfetto e all'apparenza tutt'altro che inventato il cui succo, se assaporato con calma e a piccoli sorsi, potrà forse risultare ben più rinfrescante di quanto non si potesse pensare a prima (s)vista.
Una rondine, si sa, non fa certo primavera.
Bastano però un Crank, un Ghost Rider - Spirito di vendetta - che nonostante tutta la sacrosanta tamarraggine che dir si voglia, rispetto all'ignobile predecessore firmato da Mark Steven Johnson, ammetto continua a sollazzarmi non poco - o, alla peggio, un Gamer bene in evidenza nel proprio curriculum per capire ben bene da che piano stavolta si casca, vero Mr. Taylor?
A scanso di equivoci va detto e ripetuto che Hellboy - L'uomo deforme è una suggestiva dark (comic) tale zeppa di ottimi spunti, fintanto che si limita a rimaner tranquilla e beata entro i quadri e i balloon della fumettistica carta di limitatissima tiratura.
Un piccolo incubo a cielo terso, ritrovatosi con più coraggio che opportuni mezzi nel dover fare gli onori del proprio pater calamum compiendo il gran salto per approdare, tutt'altro che saldamente, su quel grande e impietoso schermo che tante empiriche ottime idee ha precocemente stroncato fin dalla cinematografica notte dei tempi.
D'altronde, che sia più propriamente Storto piuttosto che diversamente proporzionato, il losco demoniaco figuro in guisa di Leprechaun che s'aggira quatto quatto e per lo più fuori fuoco a domandar faustiano pegno per i propri ultramondani favori, mi sembra possa ben esemplificare la scarsa centratura di un'operazione che, quantomeno in tal filmica guisa, come direbbe il rubicondo Don Abbondio "non s'aveva proprio da fare".
O meglio: con un pugno di dollari e qualche accortezza in più - vista la natura decisamente più ombrosa e marcescente che ben si sposa con il buio cuore pulsante del fumettistico materiale di partenza - questo progettino a costo e immaginario prossimi allo zero avrebbe certamente potuto far ben altre e alte faville.
È pur vero che le opinioni, specialmente quelle di un non meglio specificato né particolarmente accondiscendente criticone come il sottoscrivente, oggi più che mai finiscono per somigliare tanto a delle rughe.
Proprio quelle fisiologiche crepe del tempo tanto difese dalla compianta Anna Magnani che tutti finiscono prima o poi per avere ma che, proprio per questo, alla lunga si rivelano tutt'altro che importanti.
Quantomeno la maggior parte di esse.
Tornando a noi o, per meglio dire, al cinematografico oggettucolo – leggasi adattamento – della nostra contesa, Hellboy - L'uomo deforme è uno di quei film che, esattamente come il recente Superman di James Gunn e l'ancora fragrante I Fantastici Quattro - Gli inizi di Matt Shakman, in barba a qualsivolgia spiegone e origin story inizia a bomba e senza mezzi termini direttamente in medias res.
[Jack Kesy sfodera l'infernale sigaro d'ordinanza in Hellboy - L'uomo deforme]
Un incipit letteralmente a tutto vapore destinato ben presto – e altrettanto letteralmente – a deragliare entro i boscosi limiti di un tetro villaggetto sperduto nel buco del forestale sfintere dei Monti Appalachia, nel quale la dilagante infezione di un antico e decisamente poco cristiano Male sarà il primo vero villain contro il quale il rubizzo mezzo demoniaccio di casa Dark Horse (impersonato per l'occasione da un crepuscolare e ben poco autoironico Jack Kesy) e la rigorosamente scientifica novellina del B.P.R.D. Bonnie Jo Song (Adeline Rudolph) saranno costretti loro malgrado ad avere a che fare.
Neanche il tempo tuttavia di tirarsi in piedi, leccare le vicendevoli doloranti ferite e mettersi alla disperata ricerca del soprannaturale ragnone tossico responsabile del disastroso patatrac d'apertura ed ecco che i nostri beniamini – con ancora nelle orecchie il rockettaro assolo di Don Terry e della sua Knees Shakin' – si ritroveranno altrettanto rapidamente a dover ripiegare fra le quattro diroccate mura di una raimiana Casa prima e di una soaviana Chiesa poi.
Due temibili loca mali costruiti nientemeno che su una di quelle ennesime infernali Porte che per il buon Lucio Fulci e l'amicone di orrorifiche merende Dario Argento hanno costituito gran parte delle rispettive cinematografiche fortune.
Il fosco quadro d'insieme, a nemmeno un quarto d'ora di orologio dal primo ciack di Hellboy - L'uomo deforme, è dunque il seguente: ci troviamo alla fine degli anni '50, infognati in un arido Villaggio dei dannati nel quale, volendo, si potrebbe tranqullamente imbastire un The Blair Witch Project nell'arco di Un tranquillo weekend di paura e, come se non bastasse, le due uniche pulzelle del circondario a non sembrare uscite da una cena di famiglia a tema Le colline hanno gli occhi si riveleranno impelagate fino al midollo nei più oscuri e maligni Hocus Pocus.
[Jack Kesy e Jefferson White compagni d'armi e fententi malefici in Hellboy - L'uomo deforme]
Aggiungeteci infine le ben poco rassicuranti visioni riguardanti la disgraziata ed esoterica lore della defunta mammina del nostro nerboruto mezzosangue dalle limate corna e capirete anche voi quanta potenziale succosa carne fosse pronta a sfrigolare sulla vespertina brace di un film come Hellboy - L'uomo deforme.
A maggior ragione quando, varcando a tradimento l'uscio di una catapecchia senza nemmeno l'accortezza di batter colpo, farà la sua entrata in scena il buono, timido e caro Tom Ferrell (Jefferson White), in una delle entrée più discrete - o anticlimatiche se preferite - che grandi e piccoli schermi sinora ricordino.
Un giovane reduce di guerra, pieno zeppo d'inconfessabili peccatucci da portarsi appresso sulle decisamente troppo magre spalle, ritornato allo scalcinato paesello per scoprire non solo della morte degli amati genitori – in verità solo di uno di essi, poiché l'altro ha apparentemente solo cambiato pelle – ma anche e soprattutto di come la sua ex fiamma nonché fattucchiera di buoni propositi e gentil portamento Cora Fisher (Hanna Margeston) sia irrimediabilmente finita tra le spire della ben più potente e fetente stregaccia Effie Kolb (Leah McNamara).
Fossimo in uno spoof movie piuttosto che in un tenebroso fanta-horror come Hellboy - L'uomo deforme la sfiga che pare esser piovuta dritta addosso al nostro figliol prodigo non sarebbe certo da meno di quella assai più comica che già accoglieva a braccia aperte lo svalvolato Cary Elwes nel ridanciano Robin Hood - Un uomo in calzamaglia di melbrooksiana memoria, vero?
E il fantomatico Uomo Deforme di cui tutti (s)parlano ma che sinora nessuno pare essersi realmente filato?
Beh, costui giungerà sotto le pesantemente truccate membra di un folleggiante – e follettoso – Martin Bassindale giusto in tempo per regolare gli antichi conti stipulati con il sopracitato disgraziato Revenant; rievocando gli imberbi tempi andati in cui venne incautamente evocato per offrire non richiesta fortuna e protezione attraverso il pegno di un talismanico ossicino di gattoche, come il caro Oscar Wilde ci ha insegnato, ora necessita di essere salatamente pagato a peso di fresca e peccaminosa anima.
[Boogeyman o Leprecauno? Questo è il dilemma di Martin Bassindale in Hellboy - L'uomo deforme]
Tra già citati aracnidi mutaforma, qualche (in)sana Maga Magò smembrata e ricomposta sotto mentita pelliccia, schifidi artefatti del malaugurio, badili santificati ammazza-zombi, sacerdoti ipovedenti agguerriti quanto il Kung Fu di Padre McGruder nello Splatters di Peter Jackson e quel summenzionato Crooked Man che, se ve lo steste chiedendo, con il buon James Wan e il suo ConjuringVerse non c'azzecca una beneamata mazzafionda, ecco dunque palesarsi i deliranti tre capitoli e gli altrettanto altalenanti 100 minuti che daranno oscuro corpo, ma assai poco ispirata anima a Hellboy - L'uomo deforme.
Una rinfrescata dichiaratamente più dark rispetto al cultissimo dittico firmato da Guillermo del Toro ma anche decisamente più contenuto nel budget e nelle aspirazioni rispetto a quel disgraziato – seppur, a mio modesto avviso, eccessivamente bistrattato – primo reboot soffertamente disconosciuto sin dal 2019 dal mai troppo considerato Neil Marshall.
Un nuovo rischioso tentativo di ripartire da zero che finisce per chiudersi in e su sé stesso; quasi a voler dar corpo alla limitatezza di mezzi più che filmiche idee a propria disposizione, lasciando di fatto l’incerto destino di questo micro-mondo forestale nelle mani di un magico ossis ex machina più vicino a una ruffiana Gemma dell'Infinito che a un genuino MacGuffin.
Se tuttavia sull'indiscussa bontà delle tavole di Mike Mignola e sull'onesta conseguente di lui sceneggiatura – scritta a sei mani assieme a Christopher Goldene allo stesso Bryan Taylor - non mi pare il caso di cincischiare troppo, ciò su cui possiamo ampiamente dibattere riguarda la resa filmica di Hellboy - L'uomo deforme.
Un'operazione che tanto per una certa bulimia registica - in puro grandangolare TaylorStyle - quanto e soprattutto per un’idea alquanto folkloristica di orrore non sempre sufficientemente sfruttata, alla lunga pare fuoriuscita dal medesimo grottesco universo a costo ridotto e, spiace dirlo, pure di bassa levatura di quel pedestre Blood Creek con il quale il compianto Joel Shumacher aveva già tentato di guardare in faccia l'abisso per poi essere da esso stesso nietzschianamente addocchiato, divorato e malamente rigurgitato.
[Il buono, il brutto e la recluta di Hellboy - L'uomo deforme]
Un immaginario, quello racchiuso entro gli umidi e appestati limiti di Hellboy - L'uomo deforme, nel quale i davvero poco speciali effettacci – quantomeno quei pochi e tutt'altro che buoni di digitale fattura – la superficiale caratterizzazione di parossistici personaggi piatti al pari della patinata carta che li ha messi al mondo, una trama tanto fitta quanto impudentemente sconclusionata, una macchina da presa a tratti fastidiosamente ipercinetica e la fotografia innegabilmente brumosa seppur monocorde di Ivan Vatsov, tirate le somme e fatti gli opportuni conti finiscono per creare non pochi problemi giunti in prossimità dei titoli di coda.
Bisogna dunque essere ferrati nella brulicante mitologia di Mr. Mignola e del suo rosso quasi satanasso dal granitico gancio destro e dall'impermeabilizzata mise per apprezzare o, nel caso, bonariamente ridimensionare questo Hellboy - L'uomo deforme?
Grazie a Dio, alla di lui Vergine Madre e a tutti i santi del paradiso, almeno per stavolta direi di no.
Anche se, detto fra noi, la meditabonda, disincantata e muscolosamente contenuta performance di un Jack Kesy più in odor di Humphrey Bogart che non dell'Anung Un Rama di nostra demoniaca conoscenza, con tutto il bene e il sovrannatuale Male di questo mondo non possiede nemmeno un grammo del granitico phisique du rôle dell’imponente deltoriano Ron Perlman né tantomeno le inesplose potenzialità di quel rozzo e bestiale David Harbour di cui tutti ci siamo ormai ignobilmente dimenticati.
Un Hellboy, il suo, non poi così troppo incline alla scherzosa tenzone né tantomeno a crogiolarsi in quel graffiante umorismo che in altri luoghi e in altri laghi lo hanno reso il monsterfucker che tutti conosciamo.
Piuttosto un navigato Witch Hunter impegnato stavolta a farsi strada fra le traumatiche e tormentate schegge di un passato che, seppur per il brevissimo squarcio di un flashback, riesce comunque a farci subodorare suggestioni ben più corpose di quelle che infine ci sono state inadeguatamente servite.
[Leah McNamara cova parecchie serpi in seno in Hellboy - L'uomo deforme]
Vi è effettivamente un marcescente e infettivoro mood più vicino a certe esperienze dichiatamente videoludiche quali, ad esempio, un Until Dawn o un qualsivoglia Silent Hill rispetto a un afflato genuinamente cinematografico ad aleggiare nelle viscere di Hellboy - L'uomo deforme: restituendo l'idea di un maledetto open (dark) world dalla soffocante planimetria nel quale ciò che viene detto ed evocato fuori campo si rivela ben più suggestivo di ciò che finisce per ballonzolare dinnanzi al freddo e desaturato obbiettivo.
C'è qualcosa che cova sornione nei luridi anfratti e sotto il dannato terreno sul quale l'intera impalcatura di Hellboy - L'uomo deforme è stata issata e così sbrigativamente ancorata.
Una forza oscura, antica e, almeno sulla carta, assai spaventevole.
Un'entità ramificatasi in profondità fra le macerie di una miniera anzitempo crollata sul sordido versante di una sinistra altura non denominata non certo casualmente "The Hurricane"; esattamente come il fungino maleficio innervatosi fra i fotogrammi del lovecraftiano Mortuary di Tobe Hopper e ora pronto a far appassire ogni buon proposito oltre che, col senno di poi, ogni più rosea aspettativa.
[Morto uno zombi se ne fa subito un altro in Hellboy - L'uomo deforme]
"Il bello di avere questo aspetto è che, dopo esserti guardato allo specchio la mattina, niente potrà più farti realmente paura".
Forse la sa davvero lunga la nostra Rossa Mano Destra del Destino nell'affermare una così cristallina ovvietà.
Non tanto riguardo a sé stesso, quanto piuttosto alla natura dell'altalenante cinecomic del quale si è trovato stavolta a dover far parte.
Il quale, a meno di future possibili smentite, si dimostra la meno convincente seppur innegabilmente - e ossimoricamente, me ne rendo conto - anche la più aderente e rispettosa fra le filmiche incursioni nel brulicante MignolaComicVerse.
E dire che con le sue esoteriche vibes in stile The Witch da secondo prezzo nel cestone degli "Imperdibili di Roger Corman" e una dose non certo così stitica di violenza e sozzura grafica, questo piccolo e bislacco filmico oggettino non meglio identificato da appena 20 milioni di dollari avrebbe potuto venir fuori con le ossa decisamente meno rotte del previsto: rischiandosela un po’ di più e credendosela un bel po’ di meno.
Tuttavia, più ripenso a questo Hellboy - L'uomo deforme più mi pare di scrutare con una lente d'ingrandimento uno strano e curioso insetto.
Un bizzarro, malformato e indubbiamente per molti respingente esserino che però una volta adocchiato difficilmente potrà essere scordato così facilmente.
Una bislacca e difettosa entità filmica che con il tempo, gli animi ben sbolliti e un pizzico di miglior lungimiranza - nonché predisposizione d'animo - probabilmente finiremo un po' tutti per rivalutare almeno un pochino.
Com'è d'uopo in questi casi l'ultima parola riguardo a questo contestato Hellboy - L'uomo deforme, più che a noi poveri e miseri spettatori, dovrebbe piuttosto andare a coloro che con le fumettistiche gesta del nostro scornato Red ci pasteggiano a colazione, pranzo e cena.
Magari pure a merenda, se proprio gli gira...
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