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Tra il 1970 e il 1971 il Cinema italiano subì una nuova spinta grazie al debutto di un giovane regista e alla sua Trilogia degli Animali.
Ben prima di questo periodo, il nome di Dario Argento si era imposto con forza grazie alla sua notevole attività editoriale.
I suoi contributi giornalistici, soprattutto quelli redatti per Paese sera, contribuirono in modo consistente a porre una lente di ingrandimento sul bistrattato Cinema di genere, in completa dissonanza con la critica cinematografica dell'epoca.
La voce era quella di un giovane intellettuale appassionato di Cinema espressionista che aveva posto sul podio delle sue fonti di ispirazione Alfred Hitchcock e Michelangelo Antonioni.
Un ragazzo già immerso nel panorama cinematografico italiano, co-autore di numerose sceneggiature di film di genere, tra cui la più celebre è quella scritta insieme a Bernardo Bertolucci per C'era una volta il West di Sergio Leone.
È lecito ipotizzare che Dario Argento fu premiato in termini di notorietà per la sua mente brillante e il suo spirito di iniziativa, ma anche e soprattutto per la sua confidenza con l'ambiente verosimilmente maturata nel contesto familiare, attraverso la professione della madre, stimata fotografa esperta nei ritratti delle dive femminili, e a quella del padre che invece era un noto produttore cinematografico.
Proprio con lui, in previsione del suo primo effettivo esordio alla regia e con la volontà, forse, di liberarsi delle regole e dei vincoli delle grandi e piccole produzioni del tempo, Dario Argento fondò la S.E.D.A. Spettacoli con cui produsse la cosiddetta Trilogia degli Animali.
Con questa società l'esordiente regista si fece spazio come autore nel Cinema di genere degli anni '70, portando al successo una tipologia di film fino a quel momento relegata a esperimento da Cinema di serie B.
Dario Argento non inventò apparentemente nulla: prima di lui già Mario Bava e Lucio Fulci avevano tentato la commistione tra thriller hitchcockiano e horror/splatter movie.
Con la rivalutazione in anni recenti del Cinema di genere è infatti risultato chiaro il debito di Dario Argento, da lui tanto faticosamente ammesso, nei confronti delle pellicole di questi Maestri.
Sta a voi scegliere il motivo del clamoroso trionfo delle sue prime tre produzioni rispetto al destino dei suoi predecessori.
A mio avviso, Dario Argento è stato l'ideale ponte di comunicazione tra il Cinema d'autore e il Cinema di genere, seguendo un po’ le orme del suo mentore Leone che in sostanza riuscì a compiere il medesimo miracolo con il Cinema western.
[Dario Argento nel 1969 sul set de L'uccello dalle piume di cristallo]
Più lontano dai principi dell’exploitation, il primo Cinema di Dario Argento allentò il legame, presente invece nel Cinema di Bava, con la cultura popolare.
Il suo fu un giallo d'autore, in riferimento all'idea che il giallo stesso non sia sempre totalmente estraneo all'approccio autoriale e che anzi esso sia di fatto il più battuto da registi generalmente allergici al racconto di genere.
Il caso emblematico in questo senso è proprio Michelangelo Antonioni.
Anche nella scelta marcata e rivendicata di autoprodursi risiede un approccio al Cinema che segue una logica di fatto autoriale, dunque l'importanza delle immagini come strumento per raccontare sé e la propria cifra stilistica.
Dario Argento proseguì un lavoro iniziato da Bava, soprattutto per quanto riguarda il primato delle immagini, ma costruì il suo Cinema attraverso la sua formazione e il suo contesto generazionale.
Dario Argento non visse con intensità il profilmico e non respirò il clima da bottega in cui invece Bava era da sempre immerso. Il regista romano definì la sua identità a partire dalla sua cinefilia e dalla sua confidenza con il fronte della produzione.
Dario Argento sapeva come muoversi all'interno dell'ambiente e conosceva le coordinate del successo commerciale in Italia; fuori dagli schemi ma mai del tutto outsider, è stato una sorta di rischio calcolato.
L'incastro perfetto, in un momento storico perfetto, verso un pubblico giovane più psicologicamente pronto ad affrontare gli orrori del male proiettati sullo schermo.
[Il trailer de L'uccello dalle piume di cristallo - Dario Argento, 1970]
Così l’idea della denominazione zoologica: Dario Argento ha sempre rivendicato l’operazione facendo riferimento a motivi prettamente scaramantici e certamente gli animali citati nei titoli dei tre film sono simboli chiave all’interno della narrazione.
Viene tuttavia spontaneo chiedersi quanto invece questa idea fosse nata allo scopo di replicare l’eccellente esito del primo film della trilogia, generando un collegamento immediato nella memoria dello spettatore.
La Trilogia degli Animali raccolse comunque i semi di un fenomeno che faticava a esplodere, inaugurando la primavera del cosiddetto "thriller all’italiana" e il consolidamento, specie in terre straniere, del termine “giallo” come identificativo di un genere cinematografico tutto italiano.
Le prime tre opere di Dario Argento mettono in luce numerosi elementi che possiamo associare al “genere del giallo”, che è a sua volta una dimensione nella quale fanno regolarmente incursione stilemi del poliziesco, del noir e dell’horror.
Infatti, la dicitura “giallo all’italiana” è di per sé problematica perché non in grado di incasellare la forte dispersione cinematografica che alla fine rappresenta e in ogni caso il giallo italiano è già una questione risalente agli anni '30, strutturatasi nella società moderna di pari passo con metodi scientifici sviluppati alla fine dell'Ottocento.
[Una foto dal set de Il gatto a nove code, il film della trilogia meno preferito di Dario Argento]
La stessa Trilogia degli Animali può e deve essere letta anche come un percorso di crescita del regista che, partendo da Hitchcock con L’uccello dalle piume di cristallo, cerca di sviluppare un suo stile personale ne Il gatto a nove code, riuscendo infine a portare a termine una produzione come 4 mosche di velluto grigio che unisce raffinatezza e sperimentazione, Cinema critico e Cinema popolare di genere.
L’uccello dalle piume di cristallo è infatti un film concentrato sulla pulsione scopica e sulla questione dello sguardo, perciò in questo senso è profondamente hitchcockiano.
Il gatto a nove code si presenta come una classica detective story ma sorprende con sequenze di grande tensione che trasformano decisamente il tono del film, sovvertendo i cliché del poliziesco.
Infine 4 mosche di velluto grigio che, grazie alla sua messa in scena onirica e al protagonismo del terrore e dell’omicidio efferato, avvicina Dario Argento ai codici dell’horror.
[Il trailer de Il gatto a nove code - Dario Argento, 1971]
Fortemente influenzata anche dalla narrativa di genere, la narrazione nella Trilogia degli Animali è spesso ellittica, segue un andamento a spirale ed è arricchita da un numero consistente di scene madre.
Il modello è chiaramente il whodunit hitchcockiano per cui il protagonista principale dei film è una persona estranea alla polizia che, trovandosi coinvolta in un caso – come testimone oculare o come presunto assassino – si appassiona alle indagini e segue ogni pista fino alla rivelazione finale dell'omicida.
Gli ingredienti sono suspense, twist ending e MacGuffin: i film si costruiscono su elementi di dispersione narrativa come abbagli e vicoli ciechi.
Ciò è poi enfatizzato dalla presenza di episodi di alterazione percettiva legati al periodo del sonno (incubi premonitori, stati di veglia) e al malessere fisico causato dallo stress psicologico instillato dal dubbio (svenimenti, attacchi di panico).
[La sequenza onirica della decapitazione in 4 mosche di velluto grigio è rappresentata ogni volta con qualche frame in più: ciò amplifica immediatamente la suggestione di un graduale sblocco della memoria da parte del protagonista rispetto a un sogno percepito come premonitore e tuttavia scaturito da un racconto di un ciarlatano completamente decontestualizzato rispetto alle vicende centrali del film]
Il protagonista è sempre una specie di detective, anche laddove si manifesti il controllo della situazione da parte degli organi competenti.
La sua è una curiosità morbosa verso il mistero, sia per dimostrare la propria innocenza sia per un processo di graduale attaccamento emotivo agli intrighi della vicenda.
In questo caso il modello è quello del poliziesco, in riferimento al metodo scientifico del paradigma indiziario evidenziato da Carlo Ginzburg che è stato fondamentale per la codifica del genere.
Protagonista e eventuali detective responsabili del caso si muovono nel contesto di un omicidio irrisolto partendo da dati apparentemente marginali, valutando gli scarti secondo il concetto della serendipità attraversando tre momenti di indagine: l'induzione, la raccolta di tracce e l'elaborazione di un'ipotesi, la deduzione, la ricerca di prove che confermino l'ipotesi e infine l'abduzione cioè l'esclusione di tutte le possibilità tranne una che è di fatto per forza la soluzione.
[Il trailer di 4 mosche di velluto grigio - Dario Argento, 1971]
Di base il primo Cinema di Dario Argento è basato sulla fallacia del testimone oculare per cui centrali nella trilogia, anche se in modalità vagamente differenti, sono l'ambiguità della visione e la centralità dello sguardo secondo la matrice hitchcockiana e in riferimento al concetto di pulsione scopica.
Nella Trilogia degli Animali l'interiorità del protagonista si scontra con la razionalità della detection che è praticamente assente solo in 4 mosche di velluto grigio, considerata la mancanza di un'indagine formale sui casi di omicidio nel film e il coinvolgimento diretto del protagonista rispetto al movente dell'assassino.
Ma anche in 4 mosche di velluto grigio, che è comunque il film che più si avvicina al successivo Cinema horror di Dario Argento, la questione è incentrata sulla fallibilità dello sguardo e della memoria umana.
La vertigine dello sguardo è dunque l’elemento principale che accomuna le tre opere che infatti presentano una realtà plasmata dalla detection, dallo sguardo fallace del protagonista e dallo sguardo della pulsione scopica, cioè il ruolo svolto dalla macchina da presa nel potenziamento del nostro percorso di lettura della stessa realtà sul piano visuale.
[Uno dei tanti eccezionali giochi di sguardo de L'uccello dalle piume di cristallo]
Lo stile visivo della Trilogia degli Animali è perciò di stampo espressionista, composto da uno sbilanciamento cromatico (e quindi cognitivo) che influenza le immagini nel diurno e nel notturno: con la luce solare la regia si fa chiara e pulita, mentre con l'incombere dell’oscurità si accumulano una serie di deformazioni e angolazioni particolari.
Ciò è tipico non solo del primo Dario Argento, ma di tutto il giallo basato sulla questione dello sguardo.
La tensione risulta perciò determinata dall'avvicendarsi di figure alterate e impossibili e il risultato è di fatto la rappresentazione dell'atto stesso di guardare dello spettatore piuttosto che la messa in scena dell'osservazione della realtà.
Le opere della Trilogia degli Animali presentano così oggettive irreali, punti di vista astratti che costringono chi guarda a chiedersi cosa sta guardando; soggettive, figure di identificazione totale con il personaggio; false soggettive con le quali lo spettatore comprende l’impossibilità di nascondersi dietro al personaggio e infine le interpellazioni i cui sguardi in macchina rendono consapevole chi guarda dell’atto di guardare.
In questo modo i film si aprivano anche a una prima dimensione seriale: lo spettatore doveva rivederli per comprenderli appieno, così in onda o in sala egli poteva metaforicamente tornare sulla scena del crimine e individuare le dinamiche passate inosservate.
È innegabile che, per quanto riguarda la tensione, un peso consistente in ogni film della Trilogia degli Animali lo abbiano il sonoro e la colonna sonora.
Nella trilogia Ennio Morricone opta per dissonanze e musica sperimentale attraverso l’utilizzo di archi, fiati, celesta e lo sfruttamento della voce umana come strumento musicale.
Il suono è materico, composto da lunghi silenzi e da feticci sonori come scricchiolii, fischi, sospiri e grida.
Quella che Morricone compone per il primo Cinema di Dario Argento è una colonna sonora che guarda alla musica contemporanea (sarebbe corretto anche definirla musica futura, considerato quanto è d’avanguardia), giocando con la distorsione delle chitarre e con la ripetitività di percussioni ossessive, passando da ninne nanne a brani jazz, metal e progressive.
[La rappresentazione straziante della violenza ne Il gatto a nove code, l'elemento cioè che allontana il film dai codici classici del poliziesco]
Come conseguenza diretta a quanto detto finora si evidenzia anche la rappresentazione pittorica della violenza attraverso l’uso continuo di primissimi piani e soggettive (irreali e non) dell’assassino, con particolare attenzione alla sua iconografia classica, su modello del precedente lavoro svolto in questo senso soprattutto da Mario Bava.
Allo stesso modo il tema della pulsione scopica non può non essere legato a una generale sperimentazione sul fronte tecnico: si pensi sempre a 4 mosche di velluto grigio e all’impiego della cinepresa Pentazet con la quale sono state girate la scena del proiettile in uscita dalla pistola (a 18000 fotogrammi al secondo) e quella dell’incidente finale (a 36000 fotogrammi al secondo), due giochi di sguardo assolutamente rappresentativi.
Le tre opere della Trilogia degli Animali parlano in modo cristallino degli esordi di Dario Argento: ci raccontano delle sue influenze, del contesto che respirava nel corso del produzioni e della sua volontà di costruire sullo schermo qualcosa che ancora non si era completamente impresso nella Storia del Cinema italiano, ma sono anche tre film estremamente interessanti sotto il profilo della sperimentazione tecnica e della riflessione sul tema immortale dello sguardo nel Cinema.
L'ultimo film della trilogia aprì la carriera di Dario Argento alla forza onirica e rivoluzionaria di Profondo Rosso e Suspiria, in cui si intrecciano una miriade di suggestioni differenti: teso tra registri dissonanti, 4 mosche di velluto grigio mescola anarchicamente giallo e horror, è un film che si plasma in base alla narrazione e che non teme di perdere credibilità sfociando persino nella commedia, nel grottesco e nel dramma sentimentale.
A lungo considerato perduto a causa di problemi legati ai diritti, ci auguriamo che la recenta riproposizione in sala possa rimetterlo in circuito e darvi la possibilità di vederlo, anche per comprendere la potenza delle immagini e le innovazioni tecniche dei successivi capolavori di Dario Argento in un'ottica storica, toccando davvero con mano un po’ di quel terreno destinato a ospitare una nuova Storia del Cinema horror in Italia.
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