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So cosa hai fatto - Recensione: Lui è stato leggenda

Jennifer Kaytin Robinson resuscita senza troppa verve né convinzione una serie di uncinati eventi decisamente duri a morire, soprattutto se a uccidere stavolta non è la paura ma un eccesso di nostalgia   

So cosa hai fatto è un film diretto da Jennifer Kaytin Robinson, quarto capitolo della saga slasher ispirata al romanzo del 1973 di Lois Duncan.

 

Se è vero che, come amava rammentare quel gran volpone di Marcel Duchamp, il valore della celebrità si misura quasi sempre attraverso l’equo e insindacabile termometro della parodia, allora un titolo come So cosa hai fatto non può che meritare fino all’ultimo fotogramma il proprio ormai quasi trentennale status di cult.

 

Omaggiata, occhieggiata e causticamente messa alla berlina tanto dai dissacranti Simpson quanto e soprattutto dalla goliardia di primissimo pelo - e senza peli sulla lingua o qualsivoglia altro anfratto - dell’irriverente Scary Movie, la suggestiva urban legend in salsa thriller e contorno di teen horror nata dalle settantiniane pagine di Lois Duncan e restituita, a distanza di un ventennio, alla gloria dello schermo dalla penna di Kevin Williamson e dall’obiettivo di Jim Gillespie è infatti quel che si direbbe un film profondamente generazionale

 

[Il trailer di So cosa hai fatto]

 

 

So cosa hai fatto è insomma un’opera figlia dei propri nostalgici e disincantanti tempi.

 

Bei tempi andati in cui le leggende, specialmente se metropolitane, non si chiamavano ancora creepypasta ma riuscivano ugualmente a viaggiare veloci e taglienti sull’onda non certo della banda larga quanto piuttosto del puro e semplice passaparola.

 

Tempi che furono e che mai più probabilmente tali saranno, dove bastava anche solo evocare lo spauracchio di un uncinato Boogey – o, perché no, pure Candy – Man per far tremare le vene ai polsi e sgranocchiare a puntino una bella ciotola di popcorn al burro.

Tuttavia non serve a nulla crogiolarsi nel passato quando l’oggetto del nostro filmico misfatto è qui ora, nel pieno di un ben più disastrato 2025, a guardarci dritto negli occhi facendo fede al proprio suggestivo titolo e dicendoci a chiare lettere: So cosa hai fatto

 

Anche noi, col senno di poi e dei 28 anni che ci separano da quel primo fortunato capitolo, abbiamo ormai piena contezza di ciò che non la proverbiale Scorsa Estate bensì oggigiorno Jennifer Kaytin Robinson alla regia, Leah McKendrick al soggetto e Sam Lansky alla sceneggiatura hanno voluto fare con l’ormai arcinota lore scaturita dagli efferati omicidi di Southport battezzati con tutti i sanguinari onori – e orrori – il 4 luglio di quel lontano 1997.

 

Fatto cosa, chiederete voi?

Beh, nulla più e nulla meno di un nominale sequel diretto – un legacy sequel lo chiamerebbero con spocchia i nerdissimi figliocci della Gen Z cresciuti nel mito dei nuovi Scream – che altro non è se non un reboot, pardon, remake – sotto mentite e impermeabilizzate spoglie. 

 

 

[Una guida sicura non è mai garanzia di salvezza in So cosa hai fatto]

 

 

Lo stesso mortifero impermeabile di tela cerata che a suo tempo coprì le (im)mortali spoglie del letteralmente leggendario Ben “The Hook” Willis capace di tener botta per ben tre capitoli – un primo sacro, un secondo ben più profano e un terzo goffamente autoriflessivo – con la sola forza della propria assetata vendetta, di un imponente phisique du rôle  da spauracchio d'ordinanza e, ça va sans dire, di un ragguardevole gancio da pescatore. 

 

Sarebbe davvero bello poter affermare che So cosa hai fatto (ri)comincia là dove tutto si era concluso.

E in un certo qual modo lo fa anche, ma date le circostanze sarebbe forse meglio dire che stavolta si (ri)parte da dove tutto era di fatto originato: tale e quale, paro paro e senza troppa voglia di rivedere né tantomeno di correggere alcunché o chicchessia.  

Stessa suggestiva panoramica aerea, stessa scogliera falcidiata dalle burrascose onde di un goticheggiante mare, stesso insidioso Svincolo del Mietitore, stesso gruppuscolo di giovinastri pieni di speranze e (in)sana voglia di cazzeggiare e soprattutto stesso fatidico e apparentemente mortale casus belli – o car crash per dirla chiaramente – attivatore di una tremenda e uncinata vendetta. 

 

Non più tuttavia macchina contro uomo stavolta, bensì ragazzone – ovviamente spiantato quanto il nerboruto Teddy (Tyriq Withers) – contro pick-up in arrivo; quest'ultimo costretto a una brusca sterzata che lo condurrà a un brusco tête-à-tête con il fatidico guardrail e da lì dritto di volata tra i freddi e vorticosi flutti che ben sanno ciò che i vecchi e i nuovi amigos hanno combinato durante la scorsa e corrente estate. 

 

Nonostante tuttavia la loro inguaribile arroganza da figli di TikTok, la giovane Ava (Chase Sui Wonders) e i di lei incauti compagnucci d'incidentali merende Stevie (Sarah Pidgeon), Milo (Jonah Hauer-King), Maia (Lola Tung), Danica (Madelyne Cline) e il palestrato mattacchione di cui sopra dovrebbero in realtà ben sapere che, vista la nomea e i ben noti tristi trascorsi, ciò che accade a Southport è destinato a non rimanere affatto in quel di Southport, nevvero? 

 

 

[Un oscuro segreto è il vero elefante nella stanza di So cosa hai fatto]

 


Dopotutto non siamo a certo Las Vegas, quanto piuttosto in quella (stra)maledetta cittadella portuale del North Carolina che, nonostante un opportuno restiling e il fetentissimo tentativo di raschiar via con un colpo di spugna i propri mortiferi trascorsi, si troverà nuovamente infognata in un carosello di truculenti omicidi e implacabili missive recitanti il fatidico "So cosa hai fatto". 

 

Anche se, a ben vedere, l'unica vera certezza che pian piano prenderà corpo si può riassumere nella raggelante massima al retrogusto di cliché che ci ricorda come "il passato non può mai essere cancellato"

 

Questo almeno il lapidario memento mori racchiuso in soldoni e in lettere grondanti sangue sul bianco drappo sotto al quale un'onirca Sarah Michelle Gellar – ripescata per l'occasione dal cestone dei trapassati panni sporchi accumulatisi in ben tre decadi di franchise – si troverà a infestare, seppur per il brevissimo tempo di un maldestro incubo, l'incoscio senso di colpa della sua sciantosa spirituale erede. 

Occhieggiando assai maldestramente alle zombesche gesta del fu Jack Goodman nel landisiano Un lupo mannaro americano a Londra solo per rammentarci che, come già il nostro Pupi Avati ci aveva a suo tempo dimostrato, quando si tira in ballo il caro vecchio genere tutti appaiono defunti tranne che, strano ma vero, i cari vecchi morti. 

 

Dunque altro giro ma, di fatto, stessa medesima corsa che già fu per i nostri colposi amichetti, costretti a difendersi con le unghie e con i denti dall'improvviso ritorno di un pescatorio babau evidentemente così ferrato nelle efferate gesta di colui che l'ha preceduto da replicarne per filo, per segno e per gancio il medesimo modus operandi. 

 

Un copycat in piena regola o piuttosto, se preferite, uno sfegatato cosplayer che oltre a sapere ben bene ciò fa – ma sorpattuto, ciò che le proprie bidimensionali vittime hanno combinato lo scorso sfigatissimo Independence Day – non pare poi così troppo in ansia nel tenere uno stivalone di gomma ben piantato nel solido terreno della citazione e l'altro scivolosamente in bilico sul filo dell'auto-plagio. 

 

 

[Capitan Uncino è tornato vivo e vegeto in So cosa hai fatto]

 

 

Riusciranno dunque i nostri imberbi eroi a portare a casa la ben curata pellaccia e, nel mentre, a conservare il proprio comune indicibile segreto finché morte (violenta) non li separi?

 

Se conoscete anche un minimo il canovaccio alla base di So cosa hai fatto, allora la risposta non sarà certo somigliante a uno dei pochi e tutt'altro che buoni colpi di scena di questo divertissement pieno di fumo e ben poco succoso arrosto.

Un minestrone di quasi due ore talmente insipido e riscaldato da richiedere addirittura il richiamo alle armi nientemeno che degli ormai attempati Jennifer Love Hewitt Freddie Prinze Jr. che, in qualità di unici sopravvissuti alla marinaresca mattanza che fu, al pari della Sidney "Neve Campbell" Prescott e del Dwight "David Arquette" Riley di craveniana memoria si ritroveranno a dar fondo a tutte le proprie skills di cine-reduci per tentare disperatamente di creare un ideale ponte tra il vecchio e il nuovo. 

 

Fossimo nel 2014 e di mezzo ci fosse ancora lo zampino – o anche solo la penna – di Mike Flanagan, certamente So cosa hai fatto avrebbe tutto un altro sapore.

O un altro titolo, se è per questo.

 

Chiamare infatti un Capitolo 4 allo stesso modo del proprio ingombrante capostipite, al di là di una certa dose di sfacciato coraggio – nonché di chiaro allineamento con l’ormai sedimentato atteggiamento revisionista di molti filmici rebranding contemporanei – denota in primis una specifica dichiarazione d’intenti. 

 

 

[Jennifer Love Hewitt torna alle sanguinarie origini in So cosa hai fatto]

 


Se infatti, esattamente come l’inferno, la strada che dal sequel conduce al remake passando dritti per il reboot è spesso lastricata di buone intenzioni, stavolta qualcosa di strano e non propriamente efficace deve per forza essere accaduto a monte così come a valle del rimaneggiato e più volte rimandato progetto che è infine divenuto So cosa hai fatto

 

Qualcosa, diciamolo subito, ben più serio delle fumose seppur più che intuibili motivazioni che già nel 2021 portarono alla cancellazione dell’omonima e tanto decantata serie targata Amazon dopo appena 8 misere puntate. 

Tutto parte dalla piena consapevolezza di trovarci al cospetto di un oggetto filmico parecchio schizofrenico e privo di una propria vera identità.

Un'operazione apparentemente nostalgica se non un vero e proprio fan service; nonostante il chiaro e conclamato target di riferimento, almeno nelle intenzioni, pare essere costituito da un pubblico di Zoomers la cui breve e assai poco capiente memoria cinematografica difficilmente pare contenere traccia di ciò che accadde in quel di Southport tra il 1997 e il 2006. 

 

Se è vero infatti che, così come rimarcato per bocca dello stesso malfamato villain in procinto di tagliare letteralmente gola e traguardo, "la nostalgia è sopravvalutata", allora So cosa hai fatto non finge poi troppo di volersi crogiolare in un passato di cui non può inevitabilmente fare a meno ma che, nel mentre, tenta pure di offuscare e riscrivere secondo i propri novelli canoni. 

Una filosofia insomma che ricalca appieno anche il senso tutt'altro che ermetico del cartello di benvenuto tramite il quale si invitano residenti e occasionali turisti a "non cambiare Southport, ma lasciare piuttosto che sia Southport a cambiarci!". 

 

In realtà, più che la psicotica filosofia alla base di questo So cosa hai fatto, è piuttosto l'atteggiamento scelto dal magico trio Robinson-Lansky-McKendrick a lasciar parecchio perplessi: una propensione a far tabula rasa del prima per (ri)scrivere un qui e ora che altro non è se non la copia carbone – nemmeno poi troppo riveduta né corretta – di quel medesimo precedente che si vorrebbe così sottilmente rinnegare ma che finisce addirittura per scoperchiare la bara e riportare in vita alcuna dei suoi freddi e stagionati Cadaveri eccellenti

 

Una tendenza squisitamente Centennials e iGen che, a dirla tutta, già abbiamo avuto modo di assaporare con fortune parecchio alterne tanto nella recente trilogia di Halloween firmata da David Gordon Green così come negli ancora freschi neo-Scream targati Tyler Gillett e Matt Battinelli-Olpin

 

 

[Freddie Prinze Jr. non vuole proprio appendere la nostalgia al chiodo in So cosa hai fatto]

 


Se una volta il massimo a cui una scream queen o una final girl potevano ambire era una più che modesta villetta a schiera con giardinetto e steccato bianco, essendo i tempi, i modelli e gli immaginari di riferimento ormai cambiati e oggetivamente stravolti ci troviamo ora al cospetto di un vero e proprio horror per ricchi, nel quale opulente magioni techno-minimal con piscina e finestrone tutt'altro che a prova di killer la fanno interamente da padrone. 

 

Che poi il tanto atteso scontro finale avvenga non più a bordo di un sudicio peschereccio notturno, bensì sul lindo ponte baciato dal sole di uno yacht oversize, credo la dica assai lunga su quale sia lo spirito che muove questa asfittica e sbarellata storiella.

 

"Il passato è morto, dunque lunga vita al passato!".

 

Tralasciando una regia di puro e semplice mestiere, coreografie omicidiarie tutto sommato truculente seppur fastidiosamente derivative e un coté di personaggi secondar-terziari alquanto (in)dimenticabili – il belloccio Pastore Judah (Austin Nichols) e la strafumata podcaster Tyler (Gabbriette) bastano e avanzano in tal senso – ciò che rimane di So cosa hai fatto sono soltanto una manciata di genuine e per lo più sprecate occasioni nelle quali si sarebbe potuto osare un tantinello di più. 

Magari facendo il giro e tornando esattamente al punto di partenza, ma portando tuttavia con sé un qualcosa che avrebbe potuto anche solo vagamente risultare innovativo.

Forse è chiedere troppo, che dite? 

 

"Non uccidermi, sono solamente un fan!" 

 

Una delle poche battute realmente azzeccate sperdute nel marasma di questo novello So cosa hai fatto è anche quella che racchiude in sé l'istintivo urlo interiore di uno spettatore che, sia esso stagionato o di primo filmico pelo, non potrà che sentirsi fastidiosamente bullizzato dall'oggetto stesso della propria filmica visione. 

 

Uno stranissimo oggettucolo filmico non meglio né tanto peggio identificato che, al pari del recente e altrettanto azzardato rewashing operato dal veterano Renny Harlin con i suoi The Strangers fuori tempo e genere massimo, tirato troppo per le lunghe rischia l'arresto cardiaco ancor prima che vengano pronunciato il tanto temuto "To Be Continued"

 

Perché So bene quel che voi amici di Columbia e Sony volete o vorreste fare. Tuttavia vi imploro e vi scongiuro con tutto il cuore non farlo! Quantomeno non finché noi Millennials cammineremo ancora su questo terraqueo globo...  

 

 

[Madelyn Cline, Chase Sui Wonders e Sarah Pidgeon apprendiste scream queens in So cosa hai fatto]

 

 

Mettiamola così: chi è della vecchia guardia e dunque già sa potrà forse un minimo crogiolarsi nella memorabilia o, alla peggio, nel ricordo di ciò che è stato e che mai più potrà tornare.

 

Anche se, a voler essere onesti, il ritorno degli scampoli della vecchia guardia non è che alla fine causi quel gran batticuore che ci si sarebbe potuti aspettare, specialmente quando i nodi e i plot twist vengono al pettine o, piuttosto, all'uncino.

Chi invece per giovane età e ridotta cinefilia ancor vanta la proverbiale "verginità dello sguardo" tanto decantata dal massiccio Orson Welles, avrà dunque probabilmente modo di crogiolarsi nell'anestetica illusione di trovarsi al cospetto di una "prima volta" che, ruffiane scene post credit a parte, tutto potrà apparire fuorché memorabile o appagante.  

 

Almeno non quanto potevano esserlo le celebri sveltine macchiate di sangue di quei piccoli grandi slasher di fine secolo scorso per i quali So cosa hai fatto non era una ancora una mera constatazione, quanto piuttosto un'autentica e agghiacciante minaccia di morte. 

___ 

 

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