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Luis Ortega - Intervista: morire e rinascere per amore

El Jockey è l'ultima pellicola di Luis Ortega, presentata all'81ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, un'opera imprevedibile come un temporale, liquida come l'acqua, profonda come l'abisso

Ho avuto la fortuna di incontrare Luis Ortega, regista e sceneggiatore argentino, presso il Cinema Arlecchino di Milano per fargli qualche domanda sulla realizzazione del suo ultimo film, El Jockey.

 

Il risultato è stata una conversazione su identità dimenticate, Carl Jung, Lou Reed, Dio e antidoti ai disastri. 

 

Luis Ortega è ormai noto per raccontare storie estreme e intense con al centro personaggi ai margini della società. Con film come Caja Negra, Monobloc ed El Angel lo sceneggiatore e regista ha esplorato la solitudine esistenziale, la povertà, la libertà e la trasgressione in modo inedito e intenso. 

Il suo nuovo film El Jockey ha per protagonista Remo Manfredini (Nahuel Pérez Biscayart), un fantino definito "leggendario", il cui talento sta per essere oscurato da un'autodistruzione incontrollabile, una "sete insaziabile di disastro" che lo porta a perdere l'amore della sua vita, la fidanzata Abril (Úrsula Corberó), e la sua carriera.

 

Dopo un incidente a cavallo, Remo fugge dall'ospedale in cui è ricoverato (e dai debiti che ha accumulato col boss magioso Sirena) e si ritrova in strada a vagare per Buenos Aires, dove troverà la sua nuova identità.

 

 

[Il trailer di El Jockey di Luis Ortega]

 

 

Durante l'incontro Luis Ortega ha raccontato l'origine di questo film, che è uno dei più bizzarri e forse anche un po' folli di questi anni.

 

El Jockey è un'opera che prende strade inaspettate scena dopo scena, è un film che scivola dalle mani ma resta incollato alla mente, che non si fa etichettare perché è tantissime cose insieme.

Come per tutte le cose, le origini sono molto importanti e Luis Ortega ha spesso raccontato come è nato il suo ultimo lavoro: un'ispirazione, un fatto molto personale e un libro.

 

Partiamo dalla fine: il libro è Il vagabondo delle stelle di Jack London, che parla di identità, memorie smarrite, libertà mentale e vite passate che ritornano.

 

L'ispirazione: si sa che il primo lavoro di un artista è quello di osservare e Luis Ortega è sempre stato un grande osservatore, fin da bambino.

Il suo luogo prediletto è la strada, perchè è in strada che accadono le cose. Proprio lì, mentre passa il suo tempo a caccia di storie, un giorno si imbatte in un uomo, un vagabondo che entra ed esce da una farmacia.

Luis scopre che l'uomo va in farmacia per pesarsi, perché ogni volta che lo fa il suo peso equivale a zero.

 

Ecco la scintilla, ecco come nasce l'idea alla base del film: un uomo che è uscito dalla società, che ha perso la sua identità a tal punto da diventare uno zero, da scomparire, diventando invisibile. 

 

Infine, un fatto molto personale.

Una volta qualcuno ha detto che per scrivere bene bisogna scrivere di ciò che si conosce. Luis Ortega ha raccontato che quando stava scrivendo El Jockey era appena diventato papà e rifletteva molto su cosa significasse per lui la paternità.

Inoltre si stava separando da sua moglie, la mamma di suo figlio.

Quando un giorno le ha chiesto “Cosa devo fare affinché tu possa amarmi di nuovo?”, lei gli ha risposto una cosa molto esplicita e precisa: “Morire e poi rinascere”.

 

Nel film - che parla anche di paternità e della fine di una relazione - questa frase diventa una citazione vera e propria che si fa portavoce di un concetto profondissimo: l'amore – che è la più potente forza dell’universo, forse l’unica che ci consente di scendere in fondo all’abisso e conoscere realmente chi siamo – esiste solo nel momento in cui si è disposti a tutto, persino a morire, per poi rinascere.

Dimenticarsi di sé, perdersi, smarrirsi e poi ritrovarsi, cambiati, non per forza migliori, ma diversi.

Più vicini a se stessi, più connessi con la propria anima.

 

El Jockey non assomiglia a niente, eppure dentro ci sono tanti rimandi e tante sfumature: ci sono i colori di Aki Kaurismaki (il direttore della fotografia è Timo Salminen - storico collaboratore del regista finlandese), ci sono la poesia e la sospensione di Luca Guadagnino e le movenze, la fisicità e le espressioni di Buster Keaton

Nel film tutto è liquido, anche le interpretazioni dei due attori protagonisti, che bucano lo schermo immergendosi nell'anima e nel corpo di due esseri in continua evoluzione, plastici, fluidi e complementari.

 

Che cosa è dunque El Jockey?

Un film che riesce a mescolare momenti comici a momenti drammatici, essere attuale ma non di moda e mai scontato, geniale e profondo insieme, dramma psicologico e storia di un amore impossibile, neorealista ma anche onirico. 

 

Se dovessi usare una sola parola sarebbe "imprevedibile".

 

 

[Un'immagine dal film El Jockey di Luis Ortega con i due protagonisti]

 

 

Margherita Giusti Hazon 

Perdere e ritrovare la propria identità, ne hai spesso parlato nei tuoi film: i tuoi personaggi smarriscono completamente la loro identità, e per ritrovarla devono uscire dalla società e andare a cercarla in strada, però letteralmente.

Strada che qui, un po' come accadeva nel Neorealismo, diventa proprio un personaggio: che cosa è per te la strada? Tu che cosa ci trovi?

 

Luis Ortega

Nella mia vita - fino a una certa età - la strada è dove sono sempre successe le cose. Dove succede la vita.

Fin da piccolo passavo tanto tempo per strada, spesso seguivo le persone stravaganti, quelle che gli altri definirebbero “pazze”, per vedere cosa facevano.

Sento un magnetismo molto forte verso le persone che sono contrapposizione con la società e con quelle più normali, che vanno a scuola, o lavorano.

È lì che trovo la verità, dentro a persone che sono “cadute da cavallo”, proprio come il mio protagonista. Persone che si sono allontanate dalla loro funzione sociale.

 

MGH

Persone senza un'identità?

 

Luis Ortega

Secondo me nessuno sa veramente quale sia la propria identità, al massimo siamo spiriti che vivono delle esperienze.

Siamo fantasmi, persone senza memoria. Spesso quando una persona comincia a cercare la sua personalità alla fine non trova niente, per questo credo che non ci rimane nient'altro che una presenza fantasmagorica, questo siamo.

Questa è l'identità. 

All’inizio fa paura non avere una personalità, però a me sembra che faccia molto più paura avercela…

 

MGH

Nel tuo film ho trovato tantissimi concetti che mi hanno fatto pensare allo psicoanalista Carl Gustav Jung, in particolare al tema di Anima e Animus, di cui in qualche modo ha parlato anche Virginia Woolf nel suo più grande capolavoro, Orlando, oltre che in alcuni straordinari saggi.

Mi riferisco all’idea – oggi attuale più che mai - secondo cui in ogni uomo c’è un po’ di donna e in ogni donna c’è un po’ di uomo, che il maschile e il femminile si completano e si compensano, e non esiste “uomo” o “donna” ma solo più o meno dosi di uno o dell’altra.

Sarebbe corretto dire che El Jockey, attraverso il suo protagonista così mutevole, fluido e aperto alle cose che gli accadono, parla anche di questo?

 

Luis Ortega

Ho letto tantissimo Jung per realizzare questo film, quindi la risposta è sì.

Amo il fatto che la sua sia una psicologia, anzi una filosofia che va verso lo spirituale. Anche Fellini infatti era molto Junghiano. Jung diceva di non aver bisogno di credere a Dio, perché lo conosceva già. Per me non esistono i concetti di donna o uomo, fin da bambino il mio idolo era Lou Reed.

Sono cresciuto in una casa molto fluida in cui quasi tutti erano omosessuali, quindi per me è sempre stata la normalità vedere uomini con caratteristiche femminili, e viceversa. Ora è una tematica molto attuale, persino di moda, ma per me è sempre stata importante.

E anche personale: quando ero piccolo tutti credevano che io fossi una ragazza perché avevo i capelli lunghi.

 

MGH

C’è una frase che amo molto, da persona che scrive è proprio il mio mantra: “Per scrivere bene bisogna scrivere di ciò che si conosce”.

Hai rivelato che il tuo film è molto più autobiografico di quanto sembra. Da artista ho trovato tanti momenti e tante situazioni in cui potersi rispecchiare e immedesimare, e credo che in quasi tutte le persone che vivono d’arte il concetto di “sete insaziabile di disastro” risuoni in modo molto forte.

È qualcosa che spesso colpisce le persone creative, che in qualche modo vanno a caccia di situazioni estreme o pericolose per poter poi creare e trasfigurare quelle esperienze in una qualche forma d'arte.

Da narratore e regista, come sei riuscito a entrare così profondamente nel personaggio di questo fantino alla ricerca di se stesso? 

 

Luis Ortega 

Per farlo mi sono ispirato molto a quando ero giovane, a quell'anelo per il disastro, all'idea che solo nel mezzo di una situazione molto estrema possa apparire qualcosa di vero, di reale, di forte.

E così uno prova a avvicinarsi alla morte per vedere se lì si può vedere il volto di Dio, si dice così, no?

Dopo aver vissuto tutte queste esperienze però in realtà ho capito che non è lì che Dio si fa vedere.

Dio – così come l’ispirazione, il genio – si manifesta un po’ dappertutto e non c’è bisogno di andare a cercarlo in un luogo di autodistruzione.

 

MGH

Qual è per te l’antidoto a questa “sete insaziabile di disastro”?

 

Luis Ortega

La ricerca dell'adrenalina è proprio come se fosse una droga, una dipendenza, è in totale contrapposizione con una vita fatta di routine.

Credo che l’antidoto sia la creazione. Perché è un modo di mettersi in pericolo, però non fisicamente.

L'atto creativo ti mette in pericolo ma allo stesso tempo ti protegge, in qualche modo, perlomeno dal punto di vista fisico.

___

 

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