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Si è appena conclusa la XXIII edizione dell’Ischia Film Festival, manifestazione ideata da Michelangelo Messina e ospitata nella splendida cornice del Castello Aragonese, imponente fortezza scolpita nella roccia e affacciata sul mare.
Un’ambientazione tutt’altro che secondaria per un festival che si propone di raccontare l’identità culturale e sociale dei territori attraverso il Cinema, celebrando la capacità della settima arte di farci immergere in mondi diversi e costituire un ponte tra popoli e identità.
Tra le storie che sono state protagoniste di questa edizione dell’Ischia Film Festival spicca quella raccontata in Bauryna Salu, lungometraggio del regista kazako Askhat Kuchichirekov premiato con l’Ischia Film Award dalla giuria composta da Simona Balducci, Anna Ammirati e Sandra Lipski.
[Il trailer di Bauryna Salu di Askhat Kuchichirekov in concorso all'Ischia Film Festival]
Il titolo del film fa riferimento alla tradizione del popolo kazako, tradizionalmente nomade, di affidare il primogenito alle cure dei parenti più anziani e racconta la storia di Yersultan, cresciuto per 12 anni in compagnia dell’anziana nonna nelle steppe kazake.
Il ragazzo sogna di ricongiungersi ai propri genitori di cui custodisce gelosamente una fotografia che contempla ogni sera.
Perciò lavora duramente nei campi e nelle miniere di sale per guadagnare i soldi necessari a pagarsi il lungo viaggio. Alla morte della nonna potrà finalmente raggiungere i propri cari.
Dalle steppe assolate in cui è cresciuto, Yersultan si ritrova immerso in un paesaggio montuoso e innevato e il reinserimento in famiglia rappresenterà un ulteriore trauma per lui, poiché scoprirà di essere un estraneo agli occhi dei suoi genitori.
[Yersultan a lavoro nelle miniere di sale in Bauryna Salu, in concorso all'Ischia Film Festival]
Il regista rivive e rielabora con questo film la sua esperienza personale, avendo vissuto sulla propria pelle con molto dolore questa tradizione.
Bauryna Salu diventa così un’opera dal profondo valore catartico: nelle parole che Yersultan rivolge al padre nel finale si avverte il desiderio inconfessato di un confronto che probabilmente non è mai avvenuto con il proprio genitore.
La scena conclusiva, potente ma allo stesso tempo ambigua, lascia in sospeso il giudizio dello spettatore, incerto se stia assistendo a un atto di vera riconciliazione o non piuttosto a una forma di sottomissione, simile a quella imposta poco prima a un cavallo selvaggio, regalato proprio dal padre al protagonista.
La narrazione asciutta e dal taglio quasi documentaristico trasmette tuttavia allo spettatore alcuni momenti di autentica commozione, anche grazie all’intensa performance dell’attore protagonista Yersultan Yermanov.
Con River Returns di Masakazu Kaneko gli spettatori vengono invece trasportati in un mondo in bilico tra realtà e magia, abitato dagli spiriti delle leggende giapponesi.
[Il trailer di River Returns di Masakazu Kaneko, in concorso all'Ischia Film Festival]
Secondo un mito tramandato oralmente, i tifoni che periodicamente funestano la regione in cui si snoda il racconto sono scatenati dallo spirito di una fanciulla di nome Oyo, suicida per amore.
Yucha, un coraggioso bambino del villaggio, intraprende un cammino difficile nella foresta seguendo le regole di un rito insegnatogli dalla nonna, nel tentativo di placare lo spirito della fanciulla e salvare la sua comunità.
Il padre, contrario all’impresa, ammonisce il figlio che non c’è niente che si possa fare per scongiurare la catastrofe, ma Yucha, con l’ostinazione tipica della fanciullezza, continua a coltivare una speranza che al padre sembra ormai irraggiungibile.
[Un frame di River Returns di Masakazu Kaneko in concorso all'Ischia Film Festival]
Il film, che ha ricevuto il premio per la Miglior Fotografia curata da Tatsuya Yamada, mette in scena in modo sublime il rapporto tra l’uomo e quell’ambiente che non è mai semplice sfondo, ma protagonista al fianco dei personaggi.
In particolare l’acqua, elemento ambivalente in quanto portatore di vita e purificazione, ma anche di morte e distruzione, si impone attraverso la sua forza visiva e sonora.
La voce dell’acqua e della natura, infatti, è resa evidente tramite l’eccellente lavoro che è stato fatto sul sound design.
Viaggiando da una parte all’altra del mondo si torna anche in terra italiana.
L’Ischia Film Festival ha infatti ospitato anche il documentario Nella colonia penale di Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Gioia e Alberto Diana.
[Ischia Film Festival: un frame di Nella colonia penale]
Il film racconta la realtà delle quattro colonie penali agricole attive in Sardegna (di cui una riconvertita in parco nazionale) in cui i detenuti lavorano in un regime di semilibertà.
La macchina da presa osserva il lavoro dei reclusi, illuminando i dettagli dei loro quotidiani gesti rituali con inquadrature che sembrano composizioni pittoriche.
La narrazione mette in risalto il confronto tra interno ed esterno: da una parte le ampie riprese sopra le vaste campagne desolate esaltano gli spazi della libertà al di fuori del carcere, dall’altra le soffocanti inquadrature incastrate tra le geometrie di porte e sbarre enfatizzano l'esiguità dello spazio interno.
Le pecore ricondotte all’ovile, il cinghiale catturato e rinchiuso in un recinto, il lungo indugiare della camera su una grande tartaruga costretta su un tavolo a essere analizzata e misurata non sono che richiami metaforici alla condizione dei detenuti, privati della propria libertà, osservati, costretti. Assenti i dialoghi, il silenzio della campagna viene squarciato solo di tanto in tanto dai canti in lingua straniera di alcuni dei carcerati.
Un luogo che diventa non-luogo, uno spazio fisico che è anche una condizione esistenziale in cui le radici sono state recise, il legame con la propria terra interrotto e l’esistenza permane in uno stato di identità sospesa.
Tra le altre opere premiate meritano di essere menzionate anche: Oceania: Journey to the Center di Natalie Zimmerman, che ha ricevuto il premio nella sezione Location Negata dell'Ischia Film Festival, riservata ai lavori che raccontano di territori violati e identità culturali minacciate.
[Il trailer di Oceania: Journey to the Center di Natalie Zimmerman in concorso all'Ischia Film Festival]
Nella sezione cortometraggi è stato premiato Recurrence di Ali Alizadeh, con una menzione speciale alla regista Madli Laane per Jungle Law.
L’Ischia Film Festival ha inoltre arricchito il proprio programma con una serie di meritevoli masterclass tenute da ospiti d’eccezione nell’affascinante scenario de La Colombaia: la storica residenza ischitana del grande regista Luchino Visconti, immersa nella natura di Forio.
Luogo di pace e riflessione, La Colombaia era il rifugio dove il celebre regista amava ritirarsi per riflettere e creare, oggi sede della Fondazione Visconti.
[La Colombaia, dimora ischitana di Luchino Visconti, dove si sono tenute le masterclass con professionisti del settore durante l'Ischia Film Festival]
Tra gli ospiti: Toni Servillo che ha parlato del lavoro solitario dell’attore e del suo percorso nel teatro prima di approdare al cinema; Marco Giallini che durante la settima serata dell'Ischia Film Festival ha ricevuto l’Ischia Film Award per la sua interpretazione ne La città proibita di Gabriele Mainetti.
Francesca Comencini ha presentato la sua opera Il tempo che ci vuole, proiettata durante la quinta serata del festival, raccontando che il titolo originario sarebbe stato Prima la vita (altra citazione del padre, il regista Luigi Comencini) e definendolo il suo personale atto d’amore verso il padre e il cinema.
Con lei anche il direttore della fotografia Luca Bigazzi.
La Colombaia ha accolto inoltre Anna Ammirati, protagonista di Napoli - New York di Gabriele Salvatores proiettato durante la quarta serata, e la Premio Oscar Marcia Gay Harden presente all'Ischia Film Festival per ricevere il premio alla carriera.
Infine, Gianni Canova ha tenuto una lezione di approfondimento sul capolavoro viscontiano Il Gattopardo, sottolineando la portata rivoluzionaria del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa da cui è tratto, pubblicato nel 1958 e inizialmente accolto con freddezza dagli ambienti culturali italiani.
Anche quest’anno l’Ischia Film Festival ha illuminato l’Isola Verde con una programmazione che ancora una volta restituisce al Cinema la sua funzione principale: raccontare storie che superano ogni confine.
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