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The End - Recensione: l'umanità è una statua di sale

In una dimensione quasi meta-teatrale, The End ci trasporta nell’asfissiante ambientazione di un appartamento di lusso costruito dentro un bunker in un mondo post-apocalittico e in una storia che fa della sua semplicità un elemento di inquietudine  

The End è il primo lungometraggio narrativo di Joshua Oppenheimer, autore e regista di documentari di grandissimo successo come L’atto di uccidere - The Act of Killing e The Look of Silence.

 

Oltre alla dimensione narrativa, la singolarità di The End sta nell’essere un musical originale, con parti cantate e danzate che si alternano equamente a quelle recitate. 

 

[Il trailer di The End]

 

 

Siamo in un prossimo futuro post-apocalittico non così difficile da immaginare: una catastrofe climatica ha ucciso il pianeta che abitiamo e un piccolo gruppo di esseri umani, che definisce sé stesso una famiglia, vive serenamente in un bunker sotterraneo all’interno di una vecchia miniera.

 

L’impostazione familiare è quasi stereotipica, riducendo a figurine ogni componente e infatti di nessuno dei personaggi conosciamo o conosceremo mai il nome.  

Padre (Michael Shannon) è un ex-petroliere, Madre (Tilda Swinton) è un ex-ballerina di danza classica, Figlio (George MacKay) ha circa vent’anni ed è nato nel bunker; il Maggiordomo (Tim McInnerny), il Medico (Lennie James) e l’Amica (Bronagh Gallagher) completano il quadretto, quasi si volesse riproporre nel post-mondo l’impostazione tipica delle famiglie benestanti del Novecento.  

 

The End ci racconta una vita piuttosto semplice, quella di una famiglia agiata che ha avuto la fortuna di salvarsi dalla distruzione del mondo e ha potuto così riprendere a vivere come un tempo, in sicurezza, tra capolavori d’arte appesi alle pareti, feste di Capodanno e saltuarie esercitazioni per prepararsi a eventuali intrusioni o pericoli di varia natura.

 

Il film sembra così un sereno ritratto della quiete dopo la tempesta. Niente di più diverso.

 

 

[Bronagh Gallagher e George MacKay sono Amica e Figlio in The End]

 

 

Il mondo perfetto di The End viene inizialmente scosso da un’intrusione: una Ragazza (Moses Ingram) viene trovata svenuta all’entrata della miniera, causando subito panico nella famiglia.

 

Le regole che i membri della piccola comunità si sono imposti prevedono l’immediata espulsione dell’intrusa, perché non possono conoscerne temperamento, bisogni e dunque possibili fastidi alla loro serenità. 

 

La Ragazza racconta loro di essere l’unica sopravvissuta alla sua famiglia, che ha dovuto lasciare indietro per potersi salvare; comincia a fare amicizia con Figlio e diventa subito una possibilità di rinnovamento: Figlio se ne innamora, Padre e Madre vedono in lei l’occasione per continuare la specie.

 

 

[Moses Ingram è la Ragazza in The End]

 

 

Il mondo è finito, il capitalismo no 

 

Le dinamiche presenti in The End sono esattamente le stesse che possiamo trovare nel nostro mondo in qualsiasi momento storico, tanto da interrogarci sulla possibilità effettiva che un disastro provocato dall’uomo e che sull’uomo per primo ha avuto effetti devastanti possa eradicare anche i mali sociali che l’uomo stesso ha creato.

 

In The End a salvarsi è stata una famiglia ricca, molto probabilmente co-responsabile del disastro avvenuto vent’anni prima dell’inizio della storia: vengono infatti menzionati pozzi petroliferi ancora avvolti in fiamme inestinguibili per secoli, gli stessi pozzi che la famiglia possedeva e che l’avevano resa così ricca.

L’educazione che la famiglia sta dando al Figlio, nato nel bunker e dunque inconsapevole del mondo pre-disastro, è menzognera, ipocrita e fallace, interamente basata sull’elogio del patriarca e su un nutrito numero di bugie. 

Il Maggiordomo, il Medico e l’Amica altro non sono che figure accessorie, servili, satelliti necessari alla sopravvivenza sociale della famiglia, che pur in un bunker e in un mondo ormai scomparso ha rimesso in atto le stesse dinamiche di potere del passato.

 

Un capitalismo ancora vivo e vegeto nonostante non ci sia più niente da capitalizzare o da tramandare al futuro. Un accumulo di risorse per pochissimi, che nella loro gated community si arroccano al riparo da qualsiasi altro barlume di umanità circondati da un’opulenza ormai sterile. 

 

 

[Madre (Tilda Swinton) e Padre (Michael Shannon) durante la festa di Capodanno in The End]

 

 

L’arrivo della Ragazza sembra per un momento voler scardinare questo assetto, introducendo un elemento di crisi: lei e il Figlio si innamorano, parlano di voler fuggire, di cercare altro in un mondo che non ha più niente.

 

The End sembra volerci dare una via d’uscita, un cambio di passo che però non ci sarà. 

La storia della Ragazza è molto simile alla storia della Madre: anche lei non ha permesso alla sua famiglia di rifugiarsi nel lussuoso e ampiamente spazioso bunker per ragioni non del tutto spiegate ma che scopriamo essere di puro classismo, perché se ne vergognava. 

Da quel momento la sindrome della sopravvissuta la perseguita, come se lei non avesse avuto il potere di non essere l’unica superstite della propria famiglia d’origine.

 

The End è un continuo susseguirsi di giustificazioni: il Padre con il Figlio, la Madre con il Padre, l’Amica con la Madre e con il Figlio, il Maggiordomo con il Padre, persino la Ragazza con tutti loro.

 

"Se fossi", "se avessi", "se avessimo potuto": periodi ipotetici dell’irrealtà che non hanno mai voluto essere veramente reali, ma solo delle considerazioni a posteriori per tentare di lavarsi la coscienza, di cercare perdono da parte di individui altrettanto colpevoli, tanto nella dimensione relazionale che in quella umana in generale. 

Il Padre continua a raccontare la propria storia, mettendo l’accento su quanto si stesse spendendo per le energie rinnovabili mentre continuava ad arricchirsi col petrolio, mandando così il mondo in rovina.

La Madre ricorda i bei tempi di quando si esibiva al Teatro Bolshoi, quando in realtà non aveva mai calcato il prestigioso palcoscenico in quanto solo riserva della sua compagnia di ballo.

L’Amica continua a piangere il figlio morto di cancro, per poi rivelare che non era morto di cancro ma che era stato lasciato fuori dal bunker perché tossicodipendente. 

 

Il tutto per poter mantenere uno status quo anche dopo il disastro, per poter perpetuare meschinamente una fine oltre la fine. 

Si dice spesso che le blatte sarebbero l’unica specie superstite a un disastro apocalittico, nucleare o climatico: il capitalismo è la blatta dell’umanità. 

 

Così come in The End, esso non può essere sconfitto dall’esterno ma deve implodere, crollare su sé stesso o sopravviverà nei secoli dei secoli anche dopo disastri apocalittici; bastano due esseri umani per permettere che sopravviva: uno che possiede tutto e l’altro che non possiede niente.

 

 

[The End: Madre e Figlio ricordano il passato guardando delle vecchie foto]

 

 

Sale

 

La particolarità di The End è la capacità di riuscire a narrare l’angoscia per un mondo, che nonostante la distruzione non riesce a cambiare, con un’eleganza e una messa in scena di cui la musica è solo una parte.

 

Tutti gli interpreti recitano con maestria anche i numeri musicali più complessi e oltre alla riconosciuta bravura di professionisti come Michael Shannon e Tilda Swinton, George MacKay brilla particolarmente: attivo nel mondo dello spettacolo sin da bambino, è uno degli attori migliori della sua generazione e meriterebbe un’attenzione maggiore come quella riservata a molti dei suoi coetanei. 

 

Le musiche e le canzoni, a cura di Joshua Schmidt e Marius de Vries, risultano avvolgenti ma poco intuitive, specialmente per un orecchio meno allenato, perché prive spesso di un ritmo costante e di una melodia immediatamente riconoscibile, ma non è per forza un lato negativo: ogni brano di The End riesce a richiamare l’emozione del momento in cui viene cantato e a immergere lo spettatore nella narrazione grazie agli arrangiamenti sinfonici e ariosi. 

 

 

[Tilda Swinton con alle spalle le gallerie della suggestiva scenografia di The End: le miniere di salgemma di Raffo, in Sicilia]

 

Ciò che però aiuta davvero è la scenografia naturale in cui The End è stato girato, ovvero le miniere di salgemma di Raffo, frazione del borgo di Petralia Soprana, in provincia di Palermo.

 

Le atmosfere ctonie date dal sale e dalle sue sfumature azzurrine ben si coniugano con i toni freddi delle pareti della casa, dei colori degli abiti, delle pitture dei quadri che la famiglia ha così generosamente e gelosamente conservato, oltre che con i toni asfissianti della storia. 

È curioso come il sale sia l’elemento principe di The End: come esso viene impiegato anche per la conservazione degli alimenti, così la miniera conserva quell’ultimo briciolo di umanità immobilizzandolo però nella sua veste peggiore, elitaria e diffidente.

Non il sale della terra, insomma.

 

Nonostante non sia a mio avviso un film perfetto - e potrebbe non incontrare i gusti di tutti - The End è un ottimo modo per passare un paio d’ore a chiedersi quale presente stiamo vivendo e se il futuro che immaginiamo possa e debba essere diverso da quello finemente messo in scena da Oppenheimer.

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