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Pretenders, di James Franco - Torino Film Festival 36 - Recensione

Nell'ottocento europeo fior fiori di scrittori di romanzi (spesso francesi, non a caso) impartivano ai giovani con le loro opere una cosiddetta educazione sentimentale

 

Nel novecento e ai tempi nostri, spesso, questo ruolo è stato assunto dal cinema.  

 

Pretenders, già nell'impostazione del titolo e nell'assonanza, richiama il film del 2003 di Bernardo Bertolucci, The Dreamers - I sognatori (trovate qui una mia analisi dell'opera), ma con una precisa differenza semantica.

 

Non c'è perciò molto da dover rivelare circa la sinossi del film.

 

 

 

 

 

James Franco, cinefilo e strenuo operatore nella Settima Arte (basti osservare la sua recente produzione), omaggia anche con il suo film gli autori di un'età nella quale tale funzione era presa estremamente sul serio.

 

Non altrimenti si può spiegare il successo pressoché trasversale, quasi feticistico, nella comunità degli amatori di cinema della Nouvelle Vague francese.

Noi tutti aderiamo alle personalità di Jean-Luc Godard, Erich Rohmer, François Truffaut (soprattutto François Truffaut), in quanto cantori esatti e appassionati di una forma di personalità che sentiamo nostra propria.

 

Conosciamo Anna Karina, musa, amante, compagna del più cerebrale dei tre e la desideriamo allo stesso suo modo, non solo come carne e ossa, ma, come viene detto nella pellicola, "come ideale cinematografico".

 

Il successo della Nouvelle Vague segna naturalmente anche uno status symbol  dei molti di noi in rincorsa di un certo prestigio culturale, non dobbiamo nascondercelo, ma preferisco credere che al fondo vi sia anche una obbligata riconoscenza per la sincerità e l'esattezza della loro espressività.   

 

Un ménage à trois anche nel film di Franco, dove passione per l'arte e passione tout court si confondono.

 

I giovani protagonisti vivono di un immaginario tangibile nelle loro vite in quanto applicato come una pellicola sulla realtà oggettuale o evenemenziale con cui vengono in contatto; o sulle loro orbite oculari, fa lo stesso.

 

 

 

 

Un curioso studio di sociologia del comportamento segnalava anni fa che le varie generazioni che si sono succedute nel corso del secolo scorso e, perché no, di questo, si baciavano differentemente a seconda di quanto avevano appreso osservando i protagonisti di film di culto della loro età.

 

Personalmente credo che recentissimamente La La Land possa aver significato precisamente questo per la generazione di giovanissimi, o forse è ciò che mi auguro.  

 

James Franco non abbandona nemmeno per una volta il fuoco sui suoi giovani attori restando a pochi metri da loro e distorcendo luci e tonalità dello sfondo tutto attorno.

Non teme di mostrare la sua presenza di regista forzando il linguaggio adottato alla stessa maniera degli autori francesi già evocati (forse con anche qualche scavalcamento di campo francamente poco significativo).

Chi, cinefilo e romantico, ha acquisito uno sguardo educato all'arte riconosce una dichiarazione d'amore cinematografica fra un regista e una attrice quando la vede.

 

La riconosce nella regia del film: nella scala dei piani adottata per inquadrarla e nei movimenti di macchina.

 

Vi fu Godard per Anna Karina, ma anche Woody Allen per Mia Farrow e Diane Keaton, "Ingmar Bergman con qualunque attrice con cui abbia lavorato" e per citare nomi più recenti ricordo Quentin Tarantino per Uma Thurman e, soprattutto, Lars von Trier per Björk.   

 

 

 

 

Pretenders, come già The Dreamers, richiama però ogni amante del cinema alla presa di coscienza.

 

Vi sono almeno tre livelli di una narrazione: una storia raccontata sulla carta, una storia di corpi e sentimenti e la Storia della razza umana.

Siamo contemporaneamente immersi in ognuno dei tre livelli e non dobbiamo dimenticarci di nessuno di essi.

 

Ancora qualche commento specificamente tecnico.

 

Ammaliante il commento sonoro all'opera da parte di Mark Kozelek (Sun Kil Moon) e le interpretazioni dei due protagonisti: un "annakariniforme" Jane Levy che qui è Catherine (omaggio indubbio alla Catherine interpretata da Jeanne Moreau in Jules et Jim) e Jack Kilmer (fisionomicamente similissimo a Michael Pitt, già protagonista del pluricitato film di Bertolucci).

 

James Franco ha già dimostrato recentemente con The Disaster Artist di amare lo sguardo sul cinema; semplimente, questa volta, si è concesso un doppio movimento: dietro la macchina da presa e, al contempo, quello che si acquista venendo a sedersi fra noi spettatori cinefili.  

 

 

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