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Tito e gli Alieni al Ravenna Nightmare Film Festival

Domenico Dinoia, presidente della Federazione Italiana del Cinema d'Essai, ha dichiarato al Ravenna Nightmare Film Festival

 

"Il cinema d'essai in Italia non è morto: ci sono più di cinquecento sale che si occupano di creare un rapporto di fidelizzazione con i loro abitudinari avventori ed incuriosire gli altri.
Ma non è semplice, perché spesso i film meno sensazionalistici finiscono per essere proiettati solo nelle grandi città o nei festival e invece andrebbero fatti conoscere a tutti."

 

 

Ogni piccolo traguardo è un successo: Tito e gli alieni ha goduto di una distribuzione di poco più di un centinaio di copie ("un buon risultato", ci tiene a comunicare Dinoia), da parte della Lucky Red, da anni impegnata alla valorizzazione del buon cinema. 

 

 

 

[Il cast di Tito e gli Alieni]

 

Cos'è un film d'essai?

Non stiamo parlando di gerarchizzazioni spocchiose: un film d'essai non è strutturalmente migliore di un blockbuster (leggete l'articolo di Pierluca per approfondire questo sfumato concetto). È d'essai in quanto "per pochi" non perché in pochi lo apprezzerebbero, ma perché in pochi lo potranno vedere.

E questo perché non si tratta di un "usato sicuro", di un film i cui stilemi e risvolti di trama intercettino un gusto del pubblico già ampiamente rodato. È un'operazione commerciale rischiosa. 

 

Ma se è vero che i tesori sono preziosi in quanto rari, e che nessuno si sognerebbe di dissentire da questa osservazione, se ne conclude che chiunque, posto di fronte a una visione il cui giudizio non sia profetizzabile, possa provare un intimo piacere. Chiunque.

È il prezzo del rischio, e il suo brivido.

 

Tito e gli alieni è un film brioso, spassoso, non certo un "mattone polacco". Perché è stato relegato a un circuito di cinema d'essai? 

Non fossero sufficienti queste mie osservazioni personali vi basti allora sapere che ha ricevuto grandi apprezzamenti al festival del cinema di Torino e di Bari

 

Ancora qualche parola per incuriosire chi mi legge: 

il film è stato girato nel leggendario deserto dell'Almeria, in Spagna. Leggendario in quanto teatro delle ambientazioni leoniane (cliccare per gli approfondimenti certosini di Simone al suo cinema). 

Ma avete letto "alieni" nel titolo; sì, in quanto ulteriore ambientazione dell'opera è la piccola cittadina di Rachel, alle porte della famigerata Area 51, nel Nevada.

Qui i 54 abitanti - per lo più cowboy ed agricoltori - "si sentono custodi di un universo più ampio", ci racconta la regista, poiché tutti intimamente convinti che nell'Area ingegneri alieni (sì, esatto), e terresti collaborino per il bene dell'umanità.

Che ne dite? Vale il prezzo del rischio?

 

 

 

[Clémence Poésy, Stella, con Valerio Mastandrea, il professore, in una scena del film]

 

Veniamo allora al contenuto: Paola Randi chiama il grandissimo attore Valerio Mastandrea, un'attrice internazionale come Clémence Poésy e i due giovanissimi Luca Esposito e Chiara Stella Riccio e crea un'opera sull'elaborazione del lutto. In modo giocoso, si diceva: Stella è una wedding planner che organizza funzioni per i turisti che ancora credono negli alieni, Anita sogna di fare un tuffo in piscina con Lady Gaga, la casa del professore ricorda un modulo lunare arredato.

C'è di che divertirsi, ve lo assicuro, e di che pensare.

 

L'elaborazione del lutto, si diceva: l'incapacità dell'animo umano, dall'inizio dei tempi, di accettare l'abbandono irrevocabile e di approntare ponti visivi (le fotografie), mentali (la preghiera), o persino fisici (la resurrezione) fra sé e chi l'ha abbandonato. 

 

Il professore si rivolge alla scienza e ai commoventi tentativi dell'astrofisica degli ultimi decenni di lanciare messaggi verso le profondità cosmiche, tendendo gigantesche paraboliche orecchie per ascoltare una possibile risposta. 

Una prospettiva molto interessante:  scegliere di ascoltare con molto più entusiasmo di quanto si desideri dire.

 

Il professore chiede ragione del suo dolore alle profondità siderali, non ottenendo risposta spegne il suo desiderio di vita anche nell'al di qua.

Sarà l'incontro con i suoi due nipoti, mai visti in precedenza, a riaccendere il suo spirito empatico. Accorgersi di essere responsabili o decisivi per la felicità e il benessere altrui e per i loro desideri libera dalla propria prospettiva autocentrante come l'azione di una qualunque parabola, e apre a soluzioni nuove anche per superare il proprio dolore. 

 

I ricordi, al pari dei nostri morti, ci chiamano da una lontananza intoccabile, Tito e gli Alieni ci ricorda che perdervicisi ci incatena.

Dobbiamo essere loro grati perché nella memoria di ciò che abbiamo apprezzato sappiamo chi siamo e dove vogliamo andare, ma sono per noi come dietro una cortina di pioggia (il film ce lo mostrerà bene), la loro immagine passa fino a noi ma non possiamo abbracciarli senza ritornare al presente amaramente bagnati. 

 

 

[I piccoli protagonisti Chiara Stella Riccio e Luca Esposito, assieme a un rilassatissimo Valerio Mastandrea]

 

 

La mia trattazione della trama è stata volutamente fumosa per acuire l'interesse verso un cinema non fatto di soli intrecci accattivanti, ma di concetti che si sovrappongano loro. Bisogna rischiare per sorprendersi ed essere affascinati dalle idee oltre che dalle storie.

In ogni caso non temete, è tutto fuorché un film tetro: il genere del film è facilmente sussumibile nella commedia fantascientifica, ma la fantascienza degli ultimi anni: quella in verità profonde, esistenziali.

 

Alcune considerazioni tecniche che denotano la cura registica:

si gioca con il formato dell'inquadratura: un 4:3 si fa 16:9, allargandosi in sincronia con il desiderio di rivivere del professore.

I numerosi jump cut spezzano il ritmo delle scene raccontandoci perfettamente la sua mente distratta, le tonalità di blu attraversano ogni elemento della scenografia e gli effetti visivi, numerosi, a conti fatti, sono ottimamente realizzati e, sul finale, sinceramente spettacolari. 

 

La regista deve avere a cuore il concetto di "alieno", basti pensare a Ufo, il suo cortometraggio del 2003.

"Alieno" è tutto ciò che può essere immaginato ma di cui non si farà mai esperienza, pena il non essere più "alieno". Pertanto ha a che fare con lo struggimento senza fine, sterile e condannato. 

Ma c'è sempre qualcuno che può ampliare la nostra prospettiva sui problemi e farci dire, seguendo il piccolo Tito: "secondo me qui gli alieni nun ci stann' ".

 

 

[Cinefacts.it è Media Partner del Ravenna Nightmare Film Festival]

 

 

 

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2 commenti

SViulenz

11 mesi fa

Non immaginavo fosse un film così interessante. Ora mi sento in colpa per essermelo perso 😔

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Jude

11 mesi fa

Ne avevo già sentito parlare, ma non ne sapevo quasi nulla e nemmeno avevo pensato di vederlo: il tuo articolo però mi fa pensare che sia il genere di film che piace a me! Mi sa che dovrò proprio recuperarlo😅

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