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Decision to Leave - Recensione: la maledizione di Oldboy - Cannes 2022

Parliamoci chiaro: nel 2016 Mademoiselle di Park Chan-wook non si portò a casa la Palma d'oro e, con ogni probabilità, la stessa cosa avverrà anche per il suo Decision to Leave, presentato in concorso a questo 75° Festival di Cannes.

 

Il regista di Seul ha l'abitudine di presentarsi con una certa regolarità sul red carpet della Croisette per presentare i suoi lavori, senza però riuscire mai a bissare le fortune della sua opera più acclamata, quell'Oldboy che nel 2004 venne premiato con il Grand Prix Speciale della Giuria ed esaltato a gran voce dal sommo Quentin Tarantino.

 

[Il trailer di Decision to Leave]

 

 

Il pubblico e le distribuzioni internazionali rimasero abbagliati dall'idea di Cinema dell'autore sudcoreano, dagli abbinamenti di Antonio Vivaldi con martelli da carpentiere, piani-scena deliziosi contenenti combattimenti feroci, plot-twist inaspettati e ben costruiti, oltre alla prova attoriale - al limite dell'inumano - di quello splendore di Choi Min-sik.

 

Anche i suoi simboli animaleschi non erano affatto male.

 

Da lì in avanti il palmares cinematografico di Park è rimasto a digiuno di consensi di pari livello, in accordo con una folta schiera di critici che bollavano (e continuano a bollare) il suo Cinema come estroso, ricco nella forma ma carente e fumoso nella sua sostanza contenutistica. 

Anche guardando oltre al "mezzo inciampo" di Stoker, prima e unica sua produzione statunitense, di cui però non fu sceneggiatore.

 

Eppure, a ben vedere, sin dai suoi esordi cinematografici l'autore della Trilogia della Vendetta è sempre riuscito a dimostrare la sua abilità di regista ma soprattutto di narratore, artefice di storie stratificate, ricche di simboli e popolate da personaggi fragili, balzani, a volte dolcissimi, tutti incredibilmente dettagliati e vivi.

 

La stessa cosa - con grande coerenza - si ripropone anche in Decision to Leave.

 

 

[Tang Wei e Park Hae-il sono perfetti in Decision to Leave]

 

Protagonista delle vicende è Hae-joon, detective della polizia di Busan che si trova a dover indagare sulla morte di un uomo caduto dalla vetta di una montagna al termine di una scalata.

 

Inizialmente si pensa al suicidio, ma i sospetti della polizia ricadranno su Seo-rae, moglie del defunto che ha origini cinesi. 

Nel corso delle indagini Hae-joon si avvicinerà - forse troppo - a lei, venendone irretito dal fascino, dall'ironia e dalla dolcezza.

 

Park Chan-wook scrive e dirige un crime dai toni ironici mischiato al dramma di un melò che racconta di un amore impossibile fra un uomo sposato e una sospetta omicida.

Un confronto psicologico costante fra due persone che si amano e si "tengono a bada" allo stesso tempo (splendida la protagonista Tang Wei).

 

Lo fa a mio avviso come di consueto, con uno script a incastri perfetti, dotato di un buon ritmo di montaggio e certamente anche di un'eleganza sbalorditiva, una forma estetica fuori scala che - qualche volta - accarezza la leziosità.

 

L'abilità del regista, tuttavia, è stata quella di continuare nel solco tracciato dalle sue opere precedenti, perseguendo l'intento creativo/innovativo rappresentato da intuizioni di messa in scena e brillanti stacchi che sorprendono lo spettatore muovendolo fino al sorriso.

 

 

[Forte commistione fra generi nel Cinema di Park Chan-wook: in Decision to Leave il crime incontra il romance]

 

In questi elementi Decision to Leave è un'estensione - coerente e forse ancor più matura - del percorso artistico di Park Chan-wook, che sembra ormai destinato a non scrollarsi più di dosso la "maledizione di Oldboy", film spartiacque, inarrivabile, irripetibile, sua vera e propria dannazione.

 

Come se Park, dopo le disavventure di Oh Dae-Su, non avesse mai girato ottimi film come Thirst o delizie quali Lady Vendetta (per chi scrive superiore allo stesso Oldboy), Sono un cyborg, ma va bene e Mademoiselle.

 

Non vincerà la Palma d'oro, sarà lezioso e povero di contenuti, ma io mi tengo ben stretto questo Decision to Leave, film che esprime tutta l'essenza - poetica, estetica e narrativa - di uno dei più grandi cineasti presenti su piazza.

 

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