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Occhiali neri - Recensione: un pezzo (guasto) di antiquariato

Dieci anni dopo il tanto vituperato Dracula 3D, il (fu) Maestro del brivido Dario Argento torna al cinema con un nuovo film, Occhiali neri

Presentato fuori concorso alla Berlinale 2022, Occhiali neri si presenta con un titolo forse poco accattivante, che sembra fare il verso alla semantica descrittiva dell'onomastica supereroistica.

 

D'altronde è proprio la nostra protagonista a portare questo accessorio, prima come protezione da un'eclissi solare in un giorno d'estate a Roma, poi come schermo un po' fine a se stesso per identificarla in quanto persona non vedente, che diventa così il suo tratto distintivo. 

Mi piacerebbe continuare in questo paragone, ma la Diana di Ilenia Pastorelli (pur portando proprio il nome di Wonder Woman, mi rendo conto solo ora scrivendo) è tutto fuorché eroina attiva della sua storia.

 

La sua pacifica vita professionale di escort di lusso si incrocia sfortunatamente con quella di un serial killer di prostitute à la Jack lo Squartatore; i vicoli della Londra tardo-vittoriana lasciano il posto alle calde strade di una Roma in fin dei conti poco presente, per un giallo che a mio avviso ha poco da offrire in termini di soluzioni visive e componente thrilling.

 

[Il trailer di Occhiali neri]

 

 

Dopo un inseguimento in auto che porta alla doppia conseguenza di rendere cieca Diana e distruggere una famiglia cinese che si è trovata suo malgrado nel posto sbagliato al momento sbagliato, la donna si ritrova a vivere nella condizione di sopravvissuta continuamente braccata e, per di più, con un impairment mica da ridere.

 

Riprende la vita di sempre, ma costantemente affiancata da "aiutanti", consapevoli o meno, spesso sacrificabili, come i poliziotti, il bambino cinese - figlio della coppia dell'incidente - e Rita, specialista nell'assistenza ai non vedenti, interpretata da Asia Argento.

 

Gli occhiali neri, indossati come una tetra anticipazione presaga a causa dell'eclissi, tornano come protezione della vista assente di Diana, accessorio di cui non viene mai esplorato e sfruttato il potenziale metaforico o anche semplicemente cinematografico: rimangono oggetto su cui si insiste di continuo ma "a vuoto", la cecità stessa della donna resta meramente condizione di svantaggio ai fini di un indebolimento ulteriore della vittima protagonista. 

  

 

[Lori e Franco ne Il gatto a nove code]

 

La presenza di un adulto cieco affiancato da un bambino non può non richiamare il duo (certo meno interdipendente a livello narrativo) formato da Cinzia De Carolis e Karl Malden ne Il gatto a nove code (Dario Argento, 1971): Lori e il suo "Biscottino", Franco Arnò, attraversano il film indagando attivamente per trovare un assassino che il caso ha messo sulla loro strada.

 

Ed è proprio qui che le due accoppiate divergono.

 

Se ne Il gatto a nove code la cecità del protagonista non è praticamente mai, in fin dei conti, indice di vulnerabilità (ma, anzi, evidenzia per contrasto l'agency indipendente di Franco, che è più acuto degli altri personaggi), e Lori è spalla per parte del film e poi ricatto emotivo (quindi comunque secondaria ai fini della narrazione del protagonista), in Occhiali neri Diana non solo è, come già accennato, continuamente assistita nell'azione da agenti esterni, ma non indaga proprio.

 

Manca tutta la costruzione di detection del giallo che, accanto alle atmosfere thriller confinanti con l'horror, ha caratterizzato tanto Cinema di Dario Argento.

Per quanto probabilmente non calcolato coscientemente, è significativo che l'appiattimento di queste dinamiche scaturisca da - o faccia scaturire, in un'inversione di causa ed effetto - un ribaltamento sessuale dei ruoli: non più l'uomo cieco e la bambina, bensì la donna cieca e il bambino.

 

Diana, con l'ingombro/sostegno di Chin, non fa altro che scappare, sfuggire al killer che vuole terminare il lavoro rimasto incompiuto: la fune che prova a tenerci emotivamente legati alla narrazione è il timore che lei e Chin, in questa instancabile caccia tra gatto e topo, vengano raggiunti e fatti fuori dall'assassino.

 

Proprio su questo fattore sono costruite tutte le scene di tensione, con l'effetto di porre l'accento sulle dinamiche affettive tra Diana e Chin: Occhiali neri diventa quasi un buddy movie con protagonisti gli svantaggiati, in cui la persecuzione dell'omicida, certo, crea i presupposti della storia e ne scandisce le tappe, ma non ha il mordente per poter essere considerato il vero cuore del film.

  

 

[Diana e Rita: fatta esclusione per una breve parvenza di ritorno indipendente alla normalità lavorativa, Diana non sarà mai veramente padrona della sua storia]

 

 

Può darsi che ci troviamo di fronte a un cambio di rotta, a una svolta più intima del Cinema di Dario Argento?

 

Non credo, perché il regista prova, con tutti i mezzi suoi tipici, a restituirci un suo classico giallo dei tempi andati.

 

Le musiche, qui curate da Arnaud Rebotini, gli inserti dell'operare nell'ombra del killer (di cui vediamo solo mani e sagoma indistinta), l'uso di determinati movimenti di macchina "a entrare" nei personaggi e di transizioni e stacchi di montaggio bruschi, artificiosi, antinaturalistici: tutto concorre a riportarci alle strutture whodunit tinte di traumi, sesso e sue deviazioni (nemmeno questo aspetto è approfondito: la scelta narrativa della professione di Diana è esclusivamente connessa al suo destino di vittima).

 

Ma ciò che si perde fa sentire la sua mancanza: l'immersione nei panni del killer, l'avvolgente fascino del dramma psico-sessuale, la tensione e la sapiente gestione della conoscenza dello spettatore non trovano posto in Occhiali neri, che si presenta come un film inequivocabilmente di Dario Argento, ma spogliato di tutto ciò che rendeva le opere migliori dell'autore più della somma delle loro componenti registiche e narrative.

 

Il giallo mancato rimane forse uno degli elementi più stridenti dello scivoloso e traballante impianto filmico in quanto, semplicemente, non esiste, ricalibrando la suspense e la costruzione della tensione, come già detto, sul timore spettatoriale per la vita dei protagonisti.

Sono così pochi i personaggi che ci vengono presentati, che arrivare a individuare il serial killer è cosa sgradevolmente scontata.

Si innesca, come reazione, un meccanismo per il quale non vogliamo credere (anche quando ci viene definitivamente mostrato, poco dopo la metà del, pur molto breve, film) che sia proprio lui: si aspetta invano un colpo di scena che già sappiamo non arriverà. 

 

E le motivazioni - il motore che lo spinge a uccidere - sono spiegate così male da risultare futili e, ancora peggio, risibili: la misoginia intrinseca dell'atto viene banalizzata al punto da far crollare il già precario impianto narrativo.

 

 

[Diana con un suo cliente: prostituta = vittima]

 

Tanto in questa superficialità quanto nell'impermeabilità ad un possibile evolversi dello stile, delle tematiche, ma soprattutto dell'approccio (in un contesto cinematografico diverso da quello di 40 o 50 anni fa), Occhiali neri perde l'occasione di riportare il Cinema di Dario Argento in una posizione di rilevanza all'interno del panorama thriller/horror italiano e, men che meno, internazionale.

 

Le ormai usurate dinamiche relazionali che hanno al centro una maternità mancata da scoprire, la povertà psicologica dei personaggi, la poca pregnanza dell'elemento razziale (pur inserito a livello di trama) sono solo alcune delle spie di una visione ormai deteriorata e inerte del genere (e forse del Cinema tout court).

 

Un ultimo, piccolo, appunto da fare è sul cast del film. 

Se è crudele e gratuito scagliarsi sull'acerba capacità attoriale del giovanissimo Xinyu Zhang (nei panni di Chin), è comunque doveroso evidenziare l'inadeguatezza performativa che intacca la fruizione di Occhiali neri

Pur forte della presenza di attori di teatro il realismo umano non decolla mai veramente, rimanendo bloccato in una scarsa naturalezza e plausibilità emotiva, che inficiano l'investimento spettatoriale.

 

Per assurdo, in questo minestrone di inefficacia narrativa e fatica performativa, l'elemento che sembra funzionare maggiormente è proprio Ilenia Pastorelli.

 

 

[Alessia e Enzo/Jeeg Robot in Lo chiamavano Jeeg Robot: la vittima traumatizzata e l'eroe]

 

La ricorderete per il suo ruolo d'esordio in Lo chiamavano Jeeg Robot (Gabriele Mainetti, 2015), per il quale ha vinto il David di Donatello nel 2016 come Migliore Attrice Protagonista: interpretando la sua Alessia (purtroppo esclusivamente caratterizzata dai suoi traumi e fragilità mentali) con un'ingenuità e una naturalezza non costruite, e per questo ricche di imperfezioni e criticità, ha trasformato l'inesperienza nel punto di forza della caratterizzazione.

 

La performance funzionava perché ben si sposava con il tipo di personaggio da performare.

 

Ancora oggi, sette anni dopo Lo chiamavano Jeeg Robot, non si può certo dire che Ilenia Pastorelli sia un'attrice grandiosa; ma, ancora una volta, un ruolo da vittima sperduta e bisognosa (che cozza con l'indipendenza e l'autodeterminazione della sua professione e che non è esattamente da lodare a livello di rappresentazione) fa sì che il suo vacillante muoversi nel mondo acquisti quasi - parole forti - un effetto neorealista sopra le righe, che nonostante l'imperfezione della resa, ha la capacità di catturare, avvincere, forse commuovere.

 

Che cos'è Occhiali neri?

 

Un film che non sembra lasciarsi proficuamente scalfire dai tempi correnti, che si rifugia nella sicurezza (ormai stantia) di ciò che è familiare, non provando nemmeno ad aprirsi a possibili rivoluzioni, limitandosi a riflettere il passo ormai stanco, fuori fuoco del suo autore. 

 

Un messaggio in una bottiglia portata a riva, in cui è però filtrata dell'acqua, guastandone l'integrità: si intravede ancora - male e tirando a indovinare - ciò che vi è scritto, ma la qualità della carta, la brillantezza dell'inchiostro e la chiarezza delle parole e di ciò che significano è stata irrimediabilmente intaccata.

 

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2 commenti

Concordo largamente con i rilievi critici espressi nella recensione, ricapitolati in chiusura dall'efficace e poetica immagine del film come messaggio rinvenuto in una bottiglia, certo meno scontata e risaputa di un'eclisse che precipita poi l'intera sceneggiatura in una densa oscurità, metafora che prese a girarmi in testa dalla scena in cui il sole viene oscurato fino alla fine dell'opera, cercando invano di respingerla nella sua banalità ma senza essere in alcun modo aiutato da quanto si stava compiendo dinanzi ai miei di occhiali. Eppure attraverso di essi vidi e riconobbi lo stile di Argento, un tocco personale che in quanto tale secondo il mio parere non è antico ma fuori dal tempo, classico, piace oppure no, ma dall'eclissi in poi c'è solo un "giallo mancato" disseminato da presupposti molto interessanti lasciati però a brancolare incompiuti nel buio. La fuga finale nei boschi avrebbe potuto riscattare la sua prolissità e ridondanza solo con l'attesa per la rivelazione dell'identità dell'assassino, se non fosse che ormai era chiara anche per quelli che nella sala accanto stavano vedendo un altro film.

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