close

NUOVO LIVELLO

COMPLIMENTI !

nuovo livello

Hai raggiunto il livello:

livello

#CineFacts. Curiosità, recensioni, news sul cinema e serie tv

#articoli

What Do We See When We Look at the Sky? - Recensione: la magia del normale

What Do We See When We Look at the Sky? è il primo grande film internazionale del 2022 arrivatoci direttamente in streaming.

 

Dopo aver vinto il Premio FIPRESCI al Festival del Cinema di Berlino 2021, aver ricevuto un consenso critico pressoché unanime in ciascuna delle kermesse in cui è stato presentato ed essersi classificato al settimo posto tra i migliori film dell'anno secondo Sight and Sound - BFI, è arrivato nel nostro paese grazie alla distribuzione di MUBI.

 

[Il trailer internazionale di What Do We See When We Look at the Sky?]

 

 

Il film si presenta come l'ennesima riconferma della nascita dell'ennesimo movimento artistico di stampo europeo: dopo la Weird wave greca e la Noul val romena, ecco sorgere una fiorente e intrigantissima new wave georgiana.

 

L'opera seconda di Alexandre Koberidze si inserisce, infatti, nel solco tracciato dal compianto Zaza Urushadze, candidato agli Oscar nel 2015 - incredibilmente in rappresentanza dell'Estonia - con il suo splendido Tangerines, e da tutti quegli autori che negli anni a seguire hanno permesso al Cinema georgiano di sbocciare.

 

Esattamente come la sua collega Nana Ekvtimishvili - che è solita essere co-autrice dei suoi film assieme a Simon Groß - Koberidze ha completato la propria formazione in Germania, ma mette in scena opere che affondano le proprie radici nel tessuto sociale e nella tradizione cinematografica georgiana.

What Do We See When We Look at the Sky? infatti si configura come un'autentica fiaba, che narra la particolarissima storia d'amore tra il calciatore Giorgi e la farmacista Lisa, conosciutisi per caso un giorno davanti all'uscita di una scuola di Kutaisi, la terza cittadina più grande del paese.

 

I due, dopo essersi dati appuntamento per la sera successiva in un bar, cadono vittime di un malocchio che trasforma la fisionomia di entrambi, togliendo loro i propri principali talenti e impedendo loro di riconoscersi.

 

I due, dunque, si fanno assumere proprio prima dell'inizio dei Campionati Mondiali di Calcio da un bar sito sul ponte bianco della città: saranno condannati a vedersi tutti i giorni senza poter dar vita al proprio amore.

 

 

[Il primo incontro tra Giorgi e Lisa in What Do We See When We Look at the Sky? è tratteggiato con mirabile sensibilità attraverso i dettagli dei loro corpi, senza mostrarci i volti dei protagonisti]

 

Il tono fiabesco di What Do We See When We Look at the Sky? non deve però stupire: la Georgia è sempre stata capace di produrre autori in grado di mostrarci la natura magica e ancestrale dei rapporti tra gli abitanti di quella terra, interrogandosi sul suo passato e sulla peculiarità delle proprie dinamiche.

 

L'eredità di autentici monumenti come Sergej Paradžanov, patrimonio nazionale condiviso di Georgia e Armenia, Otar IoselianiGiorgi ShengelaiaTengiz Abuladze e delle loro opere più importanti come Il colore del melograno, C'era una volta un merlo canterinoThe Journey of a Young Composer e Pentimento è ancora fortemente viva nel tessuto sociale georgiano. 

 

A dimostrarlo c'è l'operato di questa nuova ondata di interessanti autori provenienti da questo paese dell'est, tutte connaturate da un tocco di magia o, comunque, da un profondo ripiegamento verso la memoria del paese.

 

Tra le opere più attese di quest'annata, infatti, non c'era solo What Do We See When We Look at the Sky? ma anche Beginning della sua compatriota Dea Kulumbegashvili, che nel 2021 è fugacemente passato in sala in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne e ora attende una distribuzione più capillare.

 

[Il trailer ufficiale di Beginning, film vincitore dell'Espiga de Oro al Festival di San Sebastián 2020, il secondo grande film georgiano atteso per il 2020 dopo What Do We See When We Look at the Sky?]

 

 

Proprio giocando con la magia all'interno di What Do We See When We Look at the Sky? Koberidze può permettersi alcuni espedienti narrativi di grande impatto: primo tra tutti la comparsa di alcune didascalie sullo schermo che ci aiutano a leggere l'opera come se si trattasse di un libro.

 

In questo modo l'autore disegna la suddivisione dell'opera in due parti, si permette autentiche digressioni di natura sociale senza che queste intacchino la visione e, complice l'uso di segnali sonori, ci invita a chiudere gli occhi al momento del concretizzarsi dell'incantesimo.

 

Ognuno di questi aspetti ci aiuta ad assimiliare la presenza di un narratore eterodiegetico, alter ego di Koberidze, che ci guida nel comprendere meglio le sensazioni dei personaggi in scena, la storia dei luoghi che osserviamo e la compresenza tra realtà e magia.

 

Lo stesso autore ha dichiarato di voler creare un'esperienza completamente nuova, avvicinandosi mediante queste scelte alla sensazione di purezza provata dai primi spettatori accorsi alla proiezione de L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat dei fratelli Auguste e Louis Lumière, il 6 gennaio 1896. 

 

 

[What Do We See When We Look at the Sky? si diverte a stupirci: mentre seguiamo un pallone che rotola, ad esempio, ecco una digressione sulla gravità della questione ambientale]

 

 

Va letta in questa chiave la scelta di strutturare What Do We See When We Look at the Sky? come un'autentica sinfonia urbana: a soppiantare le creature parlanti delle fiabe abbiamo una piantina, un semaforo e il vento, in grado di interagire con la protagonista per preannunciarle l'arrivo del malocchio.

 

O ancora, così può spiegarsi l'inserimento nel racconto l'elemento della troupe cinematografica in cerca di coppie su cui basare il proprio lavoro successivo: attraverso la lente magica del Cinema, per i due amanti sarà più semplice incamminarsi verso il lieto fine.

 

Mentre racconta, di fatto, la storia di un doppio innamoramento tra le stesse persone, What Do We See When We Look at the Sky? ha però anche l'incredibile potenza per parlarci della sensibilità del suo autore.

 

Il calcio e il Cinema sono, infatti, le sue due passioni principali e condividono, nella percezione di Koberidze, la stessa sensazione mozzafiato: si tratta, come perfettamente dipinto nel film, di occasioni di aggregazione in cui le persone si ritrovano per condividere un'emozione.

 

 

[Il calcio è protagonista silente di What Do We See When We Look at the Sky? tanto quanto lo è nella vita del suo autore e nella nostra]

 

 

Per stessa ammissione del regista, i Mondiali di Calcio di Italia '90 sono stati la sua prima grande passione.

 

Non a caso l'Argentina - finalista in quell'edizione - e la colonna sonora di quel mondiale vengono omaggiati in due sequenze emotivamente coinvolgenti di What Do We See When We Look at the Sky?, divenendo simboli della purezza della condivisione scaturente dallo sport.

 

Il regista ha dichiarato che per lui scegliere un film da vedere con gli amici era fonte di palpitazione paragonabile a una partita di calcio. 

Voleva che il film emozionasse gli altri tanto quanto aveva fatto con lui e ciò gli procurava un senso di tensione paragonabile a quello di un tifoso per il risultato del match.

 

Non poteva, dunque, che provenire dal calcio anche l'ispirazione per il titolo: What Do We See When We Look at the Sky? nasce, infatti, dall'osservazione delle esultanze di Lionel Messi, che nel film è una sorta di personaggio occulto.

 

 

[Lo sguardo al cielo di Leo Messi rappresenta per What Do We See When We Look at the Sky? quasi quel che ogni gesto di Diego Maradona è per È stata la mano di Dio]

 

 

Il rapporto tra l'umano e qualcosa di lontano, sito nel cielo, ha rapito Koberidze portandolo a selezionare questo titolo per quella che, nei fatti, è un'ode alla normalità della vita e delle sue piccole emozioni.

 

I Mondiali di Calcio, che si dipanano lungo lo svolgersi della storia, e quella sensazione di estate dell'animo che questi trasmettono altro non sono che l'estremizzazione di questo concetto. 

Va così analizzata la messa in scena, caratterizzata da una cinepresa prevalentemente statica, da pochi delicati movimenti di macchina e da un montaggio lineare e lento.

 

La convivenza tra umano e magico viene placidamente diluita dall'enorme tendenza all'accumulo di immagini e dalla serafica calma nell'incedere narrativo.

 

Una tendenza che sarà interessante analizzare lungo la crescita dell'autore: la durata (150 minuti) e il pacing dell'opera sono infatti gli unici - superabilissimi - ostacoli che separano What Do We See When We Look at the Sky? da un ricezione unanime e calorosa da parte del pubblico generalista.

 

Tali elementi, come anche l'uso della voce narrante, degli zoom, degli occhi di bue puntati sui dettagli scenografici e delle scritte a schermo sono emersi tanto nei cortometraggi quanto nell'opera prima di Koberidze, Let the Summer Never come Again, e identificano stilemi di profonda riconoscibilità dell'autore.

 

 

[Le scelte di fotografia effettuate in What Do We See When We Look at the Sky?, caratterizzate da colori tenui di giorno e luci calde nell'oscurità della notte, incorniciano i momenti di convivenza tra realtà e magia]

 

 

La riconoscibilità è, senz'altro, uno degli aspetti che Koberidze vuole perseguire, avendo peraltro ammesso di trovare dannoso ogni tentativo di rifuggire da ciò che ci definisce. 

 

Questo, però, non vuol dire non poter evolvere.

Come il regista georgiano ha avuto modo di spiegare, anche l'evoluzione di What Do We See When We Look at the Sky? è stata al contempo mutevole e coerente con la propria natura.

 

La fase produttiva è stata infatti caratterizzata tanto da alcuni piccoli segnali beneauguranti coerenti con la prima stesura della sceneggiatura dell'opera, quanto dal fatto che alcune idee originali su cui la stessa era fondata si sono evolute e confuse con la dolcezza del contesto in cui il film stava maturando.

 

Un po' come accade a Giorgi che, il giorno della finale del Mondiale, pur desiderando profondamente tifare per la sua Argentina sceglie di accompagnare Lisa a casa, permettendo al loro sentimento di nascere sotto nuove vesti.

Perché i sentimenti e i piccoli gesti del quotidiano spesso contengono al loro interno quel pizzico di magia che merita di essere raccontata.

 

Questo è, dunque, l'unico aspetto in cui What Do We See When We Look at the Sky? diverge da una fiaba.

 

Oltre a tendere verso un lieto fine, il film contiene una morale.

 

Become a Patron!

 

Ti è piaciuto questo articolo?

Sappi che hai appena visto il risultato di tanto impegno, profuso nel portarti contenuti verificati e approfonditi come meriti!

Se vuoi supportare il nostro lavoro perché non provi a far parte de Gli Amici di CineFacts.it?

Chi lo ha scritto

TI POTREBBERO INTERESSARE ANCHE

Goodnight&Goodluck

Articoli

Articoli

Lascia un commento



2 commenti

Luca Mignacco

4 mesi fa

Un regista che al solo secondo lungometraggio ha raggiunto una padronanza tale del linguaggio da saper raccontare con tale armonia questo intreccio di storie,di persone, di piccoli passi su stretti sentieri o lunghi percorsi su strade tortuose è solo da ammirare. Riesce a cogliere con tutti gli strumenti a sua disposizione la bellezza delle piccole cose con una sensibiltà seconda a pochi. Ho assaporato senzazioni simili a quelle provate guardando i film di Ozu,che sia quel momento in cui la cinepresa posa l'occhio sui panni stesi un omaggio al regista giapponese? O sto semplicemente vaneggiando?  L'unico difetto che ho percepito , se tale si può definire, è un eccesso di virtuosismi nelle sequenze di raccordo. Spesso la camera indugia più di quanto lo spettatore si aspetti per andare a cogliere l'entrata in scena di un personaggio o un dettaglio non ancora mostrato. Per puro gusto personale in queste occasioni avrei gradito un' approccio più silenzioso, per dare ancora più valore agli altri numerosi interventi dell'autore nella narrazione in virtù della già citata ambizione di poter definire un modo nuovo di raccontare con il Cinema. Tu invece sei sempre impeccabile Jacopo.

Rispondi

Segnala

Jacopo Gramegna

4 mesi fa

Luca Mignacco
Innanzitutto ti ringrazio ancora una volta Luca, in secondo luogo devo ammettere che il riferimento a Ozu è emerso anche per me ma la collocazione di quegli istanti in un contesto completamente diverso ha un po' spezzato il flusso di correlazione tra i due registi. Sarebbe interessante chiederlo direttamente a Koberidze ahah

Ad ogni modo, come ho già espresso, secondo me la necessità di "asciugarsi" emergerà man mano nella sua carriera e, a seconda della sua maturità e delle direttrici che percorrerà, capiremo anche quanto è predisposto a evolvere l'autore. In ogni caso direi che ha tutta la nostra attenzione da questo momento in poi!

Rispondi

Segnala


close

LIVELLO

NOME LIVELLO

livello
  • Ecco cosa puoi fare:
  • levelCommentare gli articoli
  • levelScegliere un'immagine per il tuo profilo
  • levelMettere "like" alle recensioni