close

NUOVO LIVELLO

COMPLIMENTI !

nuovo livello

Hai raggiunto il livello:

livello

#cinefacts

#articoli

La Forma dell'acqua: un uovo non perfetto - Recensione

Si dice che in natura non ci sia contenitore più perfetto dell’uovo.

 

La Forma dell'acqua, complice il fatto che l’uovo sia un elemento importante nel racconto, mi ha dato l’idea di essere esattamente quello: un uovo. 

 

 



Un contenitore perfetto, tecnicamente ineccepibile, ma che una volta aperto… finisce subito.

 

Provo a spiegare il mio punto di vista, sapendo di camminare sulle uova dato che so che è piaciuto tanto a tanti 

(ehi, ho parlato ancora di uova, buffo)

 

Il film è una favola, in tutto e per tutto: ha una voce narrante che apre e chiude il racconto, presenta personaggi bidimensionali che sono o buoni-buoni o cattivi-cattivi, ha il lieto fine dove vissero felici e contenti e il cattivo che viene sconfitto. 

Ma ritengo che oltre la favola… ci sia davvero molto poco.

 

La confezione è meravigliosa, ho amato la scelta di una fotografia così decisa, che dialoga con scenografie e costumi per creare un mondo interamente virato su qualunque tonalità di verde possibile e qualche punta di azzurro, la macchina da presa che si muove fluttuando nell’aria come se fosse sempre sott’acqua… e l’acqua è ovviamente fondamentale nel film: è l’elemento vitale del “mostro”, è dove Elisa (Sally Hawkins) si trova a suo agio, è ciò che lei usa per pulire per terra, è nel bicchiere che Strickland (Michael Shannon) rovescia per chiamarla ed è pioggia finta al cinema e pioggia vera nel finale. 

 

Il colore verde viene esplicitamente citato come “il colore del futuro” ed è presente ovunque, sarebbe ridondante sottolinearne la presenza negli oggetti e nei costumi, ma è bello notare come sia appunto stato scelto in quanto colore del “progresso cattivo” mentre il rosso è il colore del “passato buono”.

 

Elisa si veste sempre di verde tranne dopo il rapporto con il “mostro”, con… con l’uomo pesc… con l’anfib… con Lui, dai, lo chiamerò “Lui” (Doug Jones), perché inizia ad indossare dei particolari rossi, come le scarpe, il foulard tra i capelli…

 

 



Ed è rossa la gelatina che inizialmente disegna il suo vicino di casa, salvo poi piegarsi alla volontà dei clienti e trasformarla in verde.

Ma un attimo: vado con ordine, o almeno ci provo.

 

I protagonisti della storia, cattivo a parte - nota negativa per il doppiaggio: Michael Shannon appare bravissimo, ma per due ore io ho sentito la voce di Pino Insegno pensando alla tigre dell’Era Glaciale, e vabbè - sono tutti degli emarginati dalla società: c’è la ragazza muta, c’è l’essere anfibio, c’è l’omosessuale, c’è la donna di colore. 

 

La Forma dell'acqua si svolge a Baltimora, Maryland, nel 1962: siamo quindi in piena guerra fredda e pericolo missili su Cuba, un momento storico durante il quale i rapporti tra USA ed URSS erano davvero ai minimi storici e tutti avevano paura che sarebbe successo qualcosa di nucleare da un momento all’altro. 

 

Bene: di tutta questa confezione, nel film secondo me non esce praticamente nulla.

E non è per cercare il pelo nell’uovo 

(ehi, ancora!)

ma perché poteva essere ambientato 10 anni prima e sarebbe stata la stessa cosa. 

 

Poteva esserci un’amica al posto del vicino di casa (Richard Jenkins) e cambiava poco. 

Poteva esserci una donna bianca al posto di Zelda (Octavia Spencer) e non avremmo notato differenze.

 

Tutto il discorso lievemente accennato sulla Corsa alla Conquista dello Spazio da parte delle due superpotenze mondiali resta lì, immobile, inutile, superfluo.

 

Non ho capito il perché di tali scelte, indubbiamente forti, se poi non vengono gestite in qualche modo. 

Il film finisce nel momento in finiscono i titoli di coda, non ti regala una riflessione, una discussione, un pensiero che ti rimane in testa, un dubbio, un quesito.

 

 



Non ci sono punti di vista diversi, non c’è un dilemma o una posizione da prendere: è così, punto. 

Non si può non essere d’accordo con la protagonista perché è così buona ed indifesa e romantica che le vuoi bene per forza, non si può tifare per il cattivo perché non ha ambiguità né tentennamenti. 

Ed è questo che mi ha lasciato un po’ interdetto.

 

È vero, c’è il discorso sul razzismo e la paura del diverso, c’è il discorso del riscatto degli emarginati, c’è anche volendo il discorso del maltrattamento del divino (fattomi notare da un amico), ma… è tutto davvero semplice e semplicistico, troppo. 

 

La favola racconta se stessa e basta, e devi accettarla così com’è.

 

Ma anche la favola in sé pecca, secondo me, di una linearità eccessiva che la porta ad essere eccessivamente prevedibile… 

Elisa ha un ottimo rapporto con l’acqua, la vediamo masturbarsi ogni mattina nella vasca, veniamo a conoscenza del fatto che sia stata ritrovata in un fiume e porta addosso delle cicatrici che assomigliano tantissimo a delle branchie.

 

Ora, senza rompere le uova nel paniere a nessuno 

(dai, lo stai facendo apposta, ammettilo)

ma che nel finale quelle diventassero vere branchie lo si era capito dal momento in cui si vedono la prima volta… o mi sbaglio? 

 

 



Che i due fossero destinati a stare insieme anche fisicamente, nonostante la scena del loro rapporto sessuale sia davvero bella, era già scritto dall’inizio… o mi sbaglio anche qui? 

Ed è vero che spesso non importa il cosa ma il come, ammetto di essere tra i principali sostenitori della questione, ma questa volta personalmente il come non mi è bastato per urlare al capolavoro.

 

È bello anche il sottotesto legato alla protagonista, a ben pensarci lei è muta ed abita sopra ad una sala cinematografica: il cinema ha iniziato quando era muto, ed era in bianco e nero come il sogno di lei quando per la prima ed unica volta la sentiamo “parlare”.

 

Mi è piaciuto il trattamento del cattivone Strickland, che da uomo integerrimo comincia letteralmente a perdere i pezzi e a venire danneggiato nel fisico, con le dita che si staccano e non tornano vive, nella proprietà privata, con l’auto nuova simbolo di potere che viene semi-distrutta, e nell’animo, con la minaccia del generale.

 

 



Ma restano piccoli tocchi di splendore, fiocchettini amorevoli che confezionano un qualcosa di troppo esile, troppo leggero, troppo fine a se stesso. 

E ci sono almeno un paio di buchetti che in un film così curato mi infastidiscono di più rispetto ad un film “buttato lì”: uno riguarda Lui e i gatti. 

 

Vediamo che agisce da animale e ne mangia uno, ma cinque minuti dopo vediamo che ci gioca assieme e non accenna ad avere istinti bestiali di alcun tipo. 

Cosa è cambiato, nel frattempo? Quando ha imparato?

Perché ha un atteggiamento così diametralmente opposto?

 

L’altro riguarda il finale dove davvero non mi va giù che, dopo che Dimitri è morto, Strickland vada direttamente a casa di entrambe le protagoniste. 

Conoscendo perfettamente l’indirizzo di due che fanno le pulizie, conoscendo addirittura il piano dove abitano e la porta di casa: da Zelda bussa prima di entrare (e sorvolo sul personaggio del marito) e da Elisa arriva a fare irruzione. 

 

Come caspita fa a conoscere dove abitino entrambe? A chi l’ha chiesto?

Di notte? Nel 1962? 

Un po’ forzata, no?

 

 

 

 

Restando nella cosmogonia deltoriana trovo che Il Labirinto del Fauno sia un film molto più riuscito de La Forma dell’acqua, molto più completo, più maturo: in quella favola, perché sempre di favola parliamo, l’ambientazione era fondamentale e non un orpello, il franchismo subìto dal paese e dalla bambina permeavano tutta la storia, la condizionavano…

 

E mi aspettavo di vedere un qualcosa di simile, ma ad un livello ancora più alto. 

 

Invece, secondo me, non ho visto né il “capolavoro” di del Toro né il film della sua maturità, quanto appunto un pasticcino meraviglioso a vedersi, ma troppo piccino per lasciare un gusto persistente in bocca. 

 

Anzi, la sensazione che mi ha lasciato è proprio quella che ne avrei voluto di più, ne avrei voluto ancora, perché ciò che ho gustato era molto buono, ma finiva subito.

Elisa nel film "dice" che "Se non facciamo niente, non siamo niente"

Ecco: per me il film non è che non faccia niente e sia niente, però fa davvero poco, col risultato di essermi parso davvero poco.

 

O magari invece sto sbagliando tutto, ed il vero Mostro non è quello del film, ma sono io. 

Io insensibile, io poco emotivo, io troppo cerebrale. 

 

Ma non è neanche quello, perché sono uno che piange davanti ai film e si commuove ogni due per tre.

E non è nemmeno una questione di aspettative deluse, perché altri film tanto decantati prima che li vedessi mi sono piaciuti tantissimo lo stesso…

 

Allora forse è solo questione di uova.

Mi piacciono moltissimo, le uova, anche mangiate da sole ed anche se finiscono subito.

 

Ma se ci aggiungi anche della maionese, del sale, del bacon e delle patate schiacciate il sapore è più completo e resta più tempo in bocca... e mi piacciono molto di più.

 

 

Chi lo ha scritto

TI POTREBBERO INTERESSARE ANCHE

Lascia un commento

14 commenti

ThePoleMan

9 mesi fa

Ho visto il film poco dopo l’uscita in sala dopo aver letto delle recensioni positive. Una volta visto ho capito che tali recensioni erano veritiere. Film bello che prende e che a mio parere a una bella storia d’amore nel fondo. Una storia d’amore inusuale che non si vede sempre: quella tra due tipi disagiati (una è sfortunatamente sorda l’altro è un mostro creato in laboratorio). Mi è piaciuta la parte di Sally Hawkins e sono stato contento dell’oscar ricevuto come miglior film

Rispondi

Segnala

Filman

9 mesi fa

Oltre alla perfezione della sua forma naturale, l'uovo è anche riproducibile con facilità e simile a tanti altri. Esattamente come questo film, semplicemente non eccezionale.

Rispondi

Segnala

Alessio Bruno

9 mesi fa

Sono d'accordo solo sulla prevedibilità della storia. Questo film per me ha rappresentato la Gioia del Cinema, visto dall'inizio alla fine con un sorriso in volto.

Rispondi

Segnala

David Marchese

9 mesi fa

Concordo praticamente su tutto. Sono uscito dal cinema molto deluso.

Rispondi

Segnala

Leonardino80

9 mesi fa

La frase a inizio articolo perfetta ! Oscar un po’ troppo anche se visivamente (e tecnicamente) bellissimo

Rispondi

Segnala

Concordo su tutto, un film bello ma che non mi ha lasciato praticamente nulla

Rispondi

Segnala

Arianna

9 mesi fa

Mi era piaciuto, ma a distanza di tempo lo vedo con meno amore, anche se non potrò mai dire che sia stato un brutto film. Però ecco, magari l'Oscar era un po' troppo, forse si...

Rispondi

Segnala

Sono perfettamente d'accordo e infatti mi ha un po' deluso il fatto che poi abbia vinto l'Oscar come miglior film (ok ok, dobbiamo smettere di prendere gli Oscar come meritevoli di attenzione), soprattutto di fronte a lavori che sicuramente mi hanno colpito molto di più (tre manifesti e il filo nascosto per dirne un paio). Come dici tu, la guerra fredda alla fine serve solo a giustificare l'infiltrato russo, che poteva benissimo essere una spia della concorrenza in fin dei conti. Se avessero aperto con un "c'era una volta..." sarebbe filato tutto ugualmente. 
Sicuramente la cosa che più mi ha infastidita però sono stati i buchi di trama. I due che hai citato tu saltano proprio all'occhio, ma non sono gli unici. Quando portano Lui a casa, quasi muore perché fuori dal suo abitat, notare che comunque stanno tornando di tutta fretta a bordo di un mezzo privato. Quando invece Lui scappa, appunto dopo aver brutalmente mangiato il gatto, presumibilmente il tempo che passa dalla telefonata al ritorno di Elisa a casa è maggiore rispetto al caso precedente: deve aspettare l'autobus, che comunque farà altre fermate e sicuramente va più lentamente di un camioncino che sfreccia per le strade per sfuggire agli inseguitori. Troviamo Lui però stavolta in piena forma e senza neanche la necessità subito dopo di tornare in acqua. Qualcosa non quadra. E questo naturalmente volendo ammettere l'improbabile possibilità che uscendo di casa nessuno lo avesse visto.
In conclusione, sono perfettamente d'accordo con te. Una favoletta carina ma che svilisce molti spunti interessanti che potevano essere invece sviluppati e dare tutt'altro tono al film.

Rispondi

Segnala

Martino Baiocco

9 mesi fa

Mi aspettavo un po' di piú da questo film, la fotografia é stupenda e l' afonia del personaggio protagonista di Sally Hawkins mi intrigava molto ad inizio film. Poi però troppe cose e troppo poco articolate.

Rispondi

Segnala

Drugo

9 mesi fa

Un film carino, ma non il capolavoro che dicono in molti.
È il film che mi ha invogliato a recuperarmi la filmografia di Del toro

Rispondi

Segnala

Emanuele Antolini

9 mesi fa

Ritorno a leggere questa stupenda recensione dopo aver rivisto l'opera di Del Toro e non posso che essere d'accordo con te Teo.

Rispondi

Segnala

Danilo Canepa

9 mesi fa

per me ciò che trovi poco convincente in realtà è ciò che rende questo film un film di Del Toro. Il fatto che tu dica che potevano esserci altri personaggi al posto di zelda e del vicino di casa, secondo me, è perché il regista  rappresentandoli come persone normali, senza sottolineare più di tanto il fatto che identifichino delle minoranze,sottolinea il fatto che sono gli altri personaggi che,relazionandosi con i protagonisti,  creano un ambiente ostile nei loro confronti solo per un orientamento sessuale o il colore della pelle.Tuttavia condivido quando scrivi che alcune scelte di sceneggiatura sono prevedibili, ma ,nuovamente, non lo trovo un problema, semplicemente perché un film e soprattutto una favola non vive della storia ma della magia che questa riesce a creare nello spettatore e credo che il buon Guillermo ci sia riuscito. Concordo in toto sul doppiaggio di Shannon; credo abbia svalutato un filo una prova ottima dell'attore(la scena in cui si taglia le dita è magnifica).

Rispondi

Segnala

Andrea Vassalle

9 mesi fa

Sono d'accordo su ogni singola parola, dalla prima all'ultima. Dalle perplessità, ai lati comunque interessanti, al fatto che Il labirinto del Fauno sia migliore. Non sempre sono d'accordo con le tue recensioni, ma spesso mi trovo a leggerci i miei stessi esatti pensieri.

Rispondi

Segnala

Samuel De Checchi

9 mesi fa

Una bellissima storia d'amore in uno stile poco usuale nel genere, di Del Toro.

Rispondi

Segnala