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Nowhere special: Pasolini e le Myricae cinematografiche

Il prossimo 8 dicembre approderà nelle nostre sale Nowhere special, terzo lungometraggio firmato da Uberto Pasolini, già regista di Machan - La vera storia di una falsa squadra (2008) e Still life (2013).

 

Chiunque abbia l'onore/onere di affrontare la filmografia di un autore con un approccio monografico, in primo luogo ha il dovere di trasmettere al lettore quale sia lo spirito della sua opera, del registro di toni utilizzato, della sua poetica espressa tramite il mezzo audiovisivo.

 

Magari già nel titolo dell'articolo.

 

 

 

Così, nell'imbastire un pezzo dedicato a un cineasta i cui film sono caratterizzati da dettagli, intimità fra esseri umani, contesti quotidiani - apparentemente di poco rilievo ma in realtà pregni di significati - e da una grammatica cinematografica semplificata (non semplice), mi sono domandato quale potesse essere il concetto, il simbolo che potesse ben adattarsi a Uberto Pasolini e alla sua produzione filmica.

 

A venirmi in soccorso sono state le mie reminescenze di letterato fallito, le quali si sono manifestate attraverso una singola parola: Myricae.

 

[Il trailer italiano di Nowhere special - Una storia d'amore]

 

 

Ora: ovviamente non è mia intenzione suggerire una stretta correlazione fra le bucoliche e umili tamerici di Publio Virgilio Catone ("Non omnes arbusta iuvant humilesque Myricae") - poi riprese da Giovanni Pascoli per la sua omonima raccolta di poesie - e la filmografia di Pasolini; tuttavia ritengo che questa figura retorica non sia poi così distante dallo spirito più essenziale del lavoro del regista romano. 

 

Nel riprendere il verso dell'autore dell'Eneide, infatti, il Pascoli intendeva sottolineare come i soggetti dei suoi scritti fossero in apparenza semplici, dimessi, legati a realtà e dinamiche minute, ma in verità emblemi di ragionamenti ben più ampi e rilevanti.

 

In che modo questo ragionamento è accostabile all'operato del regista di Nowhere special?


Vediamolo assieme.

 

[Il trailer internazionale di Mission: uno dei primi incontri di Uberto Pasolini con il grande Cinema]

 

 

Dopo una doppia esperienza - come assistente regia - sui set del britannico Roland Joffé (nello specifico: Urla del silenzio nel 1984 e Mission, film con Robert De Niro e Jeremy Irons, vincitore della Palma d'oro nel 1986), nel 1994 Uberto Pasolini fonda la Redwave Films.

 

Nel corso degli anni la sua casa di produzione realizza pellicole di livello, capaci di assicurarsi un buon successo sia di pubblico sia di critica.

Emblematici in tal senso Pookaville di Alan Taylor con William Forsythe, Vincent Gallo e Frances McDormand o I vestiti nuovi dell'imperatore, film sulla - immaginaria - storia di Napoleone Bonaparte (Ian Holm) dopo l'esilio sull'isola di Sant'Elena, diretto dal già citato Alan Taylor.

 

Il "caso cinematografico" prodotto dalla Redwave resta però quel Full Monty - Squattrinati organizzati (1997) che, a fronte di un budget produttivo di circa 3,5 milioni di dollari ne incassò 257, collezionando riconoscimenti e nomination in tutto il mondo (un Oscar, tre BAFTA, un David di Donatello e un European Film Award).

 

Oltre alle numerose candidature e agli onori della critica, va segnalato come il film diretto da Peter Cattaneo si sia imposto come cult per intere generazioni e apprezzato in maniera trasversale dal pubblico mondiale.

 

[Il successo di Full Monty? Credo esistano forse 3-4 persone al mondo che non hanno ancora visto questo cult]

 

 

L'esordio dietro la macchina da presa di Uberto Pasolini arriva nel 2007 con Machan - La vera storia di una falsa squadra, commedia drammatica (perdonate l'ossimoro) che co-produce, scrive (insieme a Ruwanthie De Chickera) e dirige in prima persona.

 

Ispirato a una storia vera, il film racconta le disavventure di Stanley (Dharmapriya Dias) e Manoj (Gihan De Chickera), due giovani singalesi che sognano di emigrare in Europa dallo Sri Lanka, guidati dalla promessa (illusoria? non è dato saperlo) di un futuro migliore, lontano dalla miseria del loro Paese natale.

 

La difficoltà di ottenere dei visti per lasciare la nazione e l'intuizione ardita (dettata da una casualità, elemento non poco rilevante) di partecipare a un torneo di Pallamano in Baviera, spingeranno i due a formare l'unica squadra della disciplina sportiva dello Sri Lanka - assurgendo automaticamente a team nazionale - per riuscire finalmente a prendere il largo.

 

Nell'opera prima di Pasolini già si individuano quelli che, col passare degli anni e delle produzioni realizzate, si sarebbero consolidati come elementi-cardine della sua proposta cinematografica: lo spettatore si trova così davanti a una costruzione visiva essenziale ed efficace, scandita da un buon montaggio e, soprattutto, libera da estetizzazioni poco utili al racconto.

 

In un film che rappresenta anche la tristezza degli esuli forzati, degli affetti spezzati, della povertà e persino della discriminazione, in fase di scrittura il regista italiano riuscì a incastonare in un contesto drammatico una vena di umorismo capace di risollevare l'animo di chi osserva, anche di fronte a frangenti narrativi decisamente non allegri.

 

[Il trailer italiano di Machan - La vera storia di una falsa squadra]

 

 

Un umorismo che, anche in questo senso, viene presentato attraverso dinamiche intime, familiari, legate a una quotidianità fatta di dettagli, anche buffi; come nel caso di una nonnina che, nonostante l'indigenza quasi assoluta, insiste a scommettere alle corse dei cavalli.

 

Mestizia e ilarità sottili si esprimono dunque in maniera bilanciata, pacata, muovendo lo spettatore fino a quello che, a tutti gli effetti, non può che dirsi un (sor)riso amaro il quale - per alcuni aspetti - può riportare alla memoria il grande Cinema del passato.

 

Come ha ha raccontato lo stesso regista durante un'intervista a noi recentemente rilasciata"Ovviamente 'Ladri di biciclette' è stato guardato molto prima di girare Machan [...] Certamente l'influenza del grande Cinema italiano è nel mio sangue"

Oggettività alla mano, in nessuna di queste due affermazioni è rintracciabile una singola stilla di immodestia o menzogna: per prenderne atto è sufficiente consultare un albero geneaologico e muoversi attraverso le immagini catturate da Uberto Pasolini.

 

Quello del film del 2007 è un amalgama vincente fra commedia e dramma, ottenuto mediante una rappresentazione del mondo estremamente concreta, giocato sui particolari (visivi e narrativi) e puntando la focale della macchina da presa su quegli aspetti "di poco conto" che, in realtà, si insinuano nell'animo e nella quotidianità dell'essere umano, bisbigliando di vita, solidarietà, amore e amicizia (questo il significato della parola "machan").

 

 

[La locandina di Machan]

 

L'unione degli elementi sopracitati, oltre alla ferrea - e palese - volontà di non esasperare la sfera emotiva di situazioni e personaggi, rappresentano il plus del Cinema altamente immersivo di Pasolini, perfettamente esemplificato nel suo lungometraggio d'esordio in cabina di regia. 

 

Machan - La vera storia di una falsa squadra (che trovate su RaiPlay) venne presentato alla 65ª edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, conquistando il premio FEDIC e il Label Europa Cinemas. 

 

Nel 2013 esce nelle sale cinematografiche Still life, secondo film da regista di Pasolini, con protagonista un Eddie Marsan in stato di grazia.

La storia racconta la vita e il lavoro giornaliero di John May, funzionario comunale di una "municipalità satellite" di Londra che si occupa di rintracciare eventuali parenti di coloro che sono morti in solitudine nella sua area urbana, di gestirne le pratiche burocratiche e i riti funebri. 

 

Quello tratteggiato dalla sceneggiatura di Pasolini è un personaggio modesto, silenzioso, ingiustamente bistrattato dalla vita e dagli esseri umani che la popolano: un protagonista - con caratteristiche che, a mio avviso, si aggirano tra Franz Kafka e Dino Buzzati - il quale si tramuta in un cantore degli ultimi, un officiante della memoria dei dimenticati.

 

[Il trailer italiano di Still life]

 

 

Anche nel caso di Still life, in coerenza con il suo lavoro precedente, il regista romano consegna allo spettatore un Cinema fatto di fotografie (quelle dei morti-fantasma collezionate da John ), ricordi, piccoli gesti e, soprattutto, di vita.

 

Un Cinema che segue lo stesso mantra, vera e propria stella polare del regista, il quale evidenzia come sia "una questione di sensibilità: io sono sempre per il togliere, invece che per l’aggiungere. Per il giocare sotto-riga, invece che sottolineare”.

 

Still life è un film dotato di una grande carica emozionale, non costruita a colpi di grancassa ma ottenuta tramite la grazia di un flauto dolce e a una color palette dai toni desaturati.

Un prodotto audiovisivo capace di radere al suolo lo spettatore con una malinconia dolce, lieve e non con il peso del dramma straziante.

 

Perché, dopotutto, pur trattando di morte, qui si parla ancora di vita.

 

Presentata alla 70ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, la seconda "ode minuta" all'esistenza umana di Uberto Pasolini si aggiudicò il premio per la Miglior Regia nella Sezione Orizzonti.

 

Anche Still life lo trovate in streaming gratuito su RaiPlay.

 

 

[Eddie Marsan nella sua straordinaria prova di recitazione in Still life]

 

 

A questo punto arriviamo a Nowhere special, ultima produzione del regista classe 1957.

 

Belfast, Irlanda del Nord. 

John (James Norton) è un lavavetri di trentaquattro anni che dedica la sua vita a crescere Michael (Daniel Lamont), il figlio di quattro anni. 

 

Michael e John sono soli, visto che la madre del bambino li ha lasciati subito dopo la sua nascita.

La loro è una vita semplice, fatta di rituali e gesti quotidiani universali, ma anche intimi e legati al loro rapporto padre/figlio.

 

John ha però davanti a sé pochi mesi di vita e, poiché non ha una famiglia a cui rivolgersi, trascorrerà i giorni che gli restano a cercarne una nuova, perfetta, a cui dare in adozione Michael, provando a proteggere il suo bambino e a garantirgli un futuro all'altezza delle sue speranze di papà.

 

 

[James Norton e Daniel Lamont sono John e Michael, papà e figlio, in Nowhere special]

 

 

Nowhere special, nelle sue prime battute, sembra voler evidenziare una realtà sociale che, spesso, può condurre l'individuo alla meschinità, all'auto-annullamento e alla rinuncia.

 

Sintomatica, in tal senso, la scena dove una potenziale madre adottiva chiede a John cosa vuole che si racconti di lui al figlio, come vuole essere ricordato, quali siano la sua storia e le sue passioni.

"Sono un lavavetri", risponde spontaneamente il padre.

 

O, ancora, la rappresentazione che viene data delle tante manie, storture mentali e relazionali che affliggono certi nuclei familiari, come nel caso del potenziale padre adottivo che, dopo un desolante colloquio con John, non vuole far giocare Michael con i suoi trenini elettrici per il timore che li rovini.

In questo film, ispirato a una storia vera, non c'è dunque alcuna denuncia sociale à la Ken Loach.

 

O, per meglio dire, non è quello il punto. 

 

Perché, spiega il regista:

"Questo film non racconta una storia: è il ritratto di un rapporto, di un rapporto d’amore tra un padre e un figlio [...] 

È un film sulla vita, sull’amore, sui rapporti fra individui, sulla curiosità che dobbiamo avere per le persone che ci sono vicine, per capirle e amarle meglio.  

Il film parla di come il rapporto d’amore si esprime, di come ci si ama meglio: per me quella è la vera attenzione verso il prossimo.    

 

La confessione finale del padre, quella di - forse - non conoscere abbastanza bene il proprio figlio per prendere la decisione relativa al futuro del bambino, credo sia la dimostrazione più profonda di amore, perché vuol dire non solo 'ho provato a capire mio figlio', ma anche 'mio figlio è forse irraggiungibile'. 

 

Noi non potremo mai capire bene le persone che amiamo, però dobbiamo sforzarci di farlo".

 

 

[Uberto Pasolini: produttore, sceneggiatore e regista cinematografico]

 

 

Nonostante il passaggio di testimone fra DoP - qui il lavoro di fotografia è di Marius Panduru, mentre per Machan e Still life il nome di riferimento era quello di Stefano Falivene - Nowhere special dà seguito alla grammatica cinematografica semplificata caratteristica dell'autore: un apparato che non si esprime per mezzo di crane, plongée e che considera lo zoom un ricordo degli anni '80.

 

Una scelta stilistica che non si ripercuote sul solo aspetto visivo, ma anche nei toni, nella recitazione, nella scelta delle musiche.

Fattori che - ancora una volta - allontanano l'enfatizzazione, rifuggono il registro del melodramma per lasciare invece spazio a un racconto accorato, profondo, segreto, basato sulla complicità di un amore che non finirà mai, nonostante la morte.

 

Nel concludere questo excursus sulla carriera di Uberto Pasolini vi ricordo che Nowhere special - Una storia d'amore, distribuito da Lucky Red, sarà nelle nostre sale cinematografiche a partire dall'8 ottobre.

 

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