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Zlatan, e non solo: lo sport al cinema, tra mito e realtà nell'epica del nostro tempo

L'atteso e attuale Zlatan, film di Jens Sjörgen già presentato alla Festa del Cinema di Roma, arriverà nelle sale l’11 novembre grazie alla distribuzione di Lucky Red.

 

[Il trailer italiano di Zlatan]

 

 

Il film racconta il percorso che Zlatan Ibrahimović ha intrapreso dai sobborghi di Malmö fino all’approdo alla Juventus nel 2004: un tema che già da solo sarebbe di estrema attualità, visto il ritorno del giocatore a gennaio del 2020 in Serie A nella rosa del Milan e il dibattito pubblico sul suo possibile addio al calcio giocato.

 

Una panoramica che si concentra più sulla vita al di fuori del campo dell'attaccante ex Ajax che sulla sua sola carriera: dall’essere un ragazzino timido alle prime bravate di chi crede di essere già arrivato, dalle biciclette rubate all’allenatore di turno fino al rapporto con il procuratore Mino Raiola

 

 

[Il poster italiano di Zlatan]

 

 

Cosa ha portato Zlatan Ibrahimović a essere l'icona sportiva che oggi tutti riconosciamo?

 

L’uomo dietro al mito, l’umanità dietro all’inscalfibile eroe, la persona dietro la maschera: un classico del Cinema sportivo e di quello biografico.

 

Il Cinema è innegabilmente un’arte giovane, una disciplina che si è mossa principalmente nel ‘900 e che, per la stessa natura del secolo delle masse e delle ideologie, ha sempre cercato di costruirsi una propria epica: confrontabile, ma non sovrapponibile a quella che altre arti hanno raggiunto nel corso della loro Storia. 

 

[Men Boxing (1891): fin dai primi esperimenti il Cinema ha raccontato il movimento e quindi lo sport]

 

 

Basta guardare i primi film biografici che sono stati prodotti per capire che parte di questo processo è passato da questo genere: The Execution of Mary, Queen of Scots (1895), Joan of Arc (1900) e The Story of the Kelly Gang (1906).

 

Ben presto le grandi ideologie e le grandi masse hanno perso la loro spinta e, mentre questo accadeva, il Cinema era ancora un bambino: non c’erano più condottieri ed eroi da raccontare e riallacciare alle vicende contemporanee, le gesta belliche e mirabolanti interessavano sempre meno e poco alla volta anche i kolossal biblici o di altra natura si sono discostati dal gusto comune. 

 

[Una scena di The Story of the Kelly Gang, considerato tra i primi lungometraggi della Storia, ci racconta tutto lo stretto rapporto che il Cinema del primo '900 aveva con la Storia e l'epica]

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Questo cambiamento culturale – che vediamo nel Cinema, ma che in realtà è solo un sintomo di un fenomeno sociologico ben più ampio - ci porta a ragionare su quali siano i nuovi eroi di quest’epoca sempre più interconnessa, individualistica e vissuta sugli schermi

 

È impossibile non pensare subito ai grandi sportivi, l'emblema del singolo che si è costruito da solo, dell'uomo che ha dovuto sfidare e sconfiggere il contesto da cui arrivava per assurgere alle luci dei riflettori.

 

Il Cinema ha quindi visto poco a poco nascere nascere una vera e propria epica, in cui si è inserito a gamba tesa anche il genere biografico: film che raccontano le vite dietro gli eroi servono allo stesso tempo per avvicinare e umanizzare queste figure - che ricordano tanto i semidei greci - e a sancire ancor di più l’ingresso nella Storia di un certo personaggio o evento.

 

[Headin' Home, il primo biopic sportivo con protagonista, in entrambi i sensi, Babe Ruth]

 

 

Il primo esempio che possiamo annoverare di questo incontro tra Settima Arte e storie vere è Headin’ Home, di Lawrence C. Windom: film di finzione del 1920 in cui Babe Ruth interpreta se stesso e racconta la sua ascesa.

 

Babe Ruth è una vera e propria icona del pantheon dello sport statunitense, un simbolo che infatti ritroviamo spesso sia come riferimento sia come protagonista in tantissimo altro Cinema; non è un caso che il primo biopic sportivo porti la sua firma.

 

[Il trailer di Lassù qualcuno mi ama (1956), di Robert Wise con Paul Newman, è un perfetto esempio di come il Cinema classico abbia trattato il biopic sportivo]

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Al giocatore di baseball si aggiungono in pochissimo tempo i grandi nomi della Hollywood muta e classica: Lloyd Bacon, Gary Cooper, Raoul Walsh, James Stewart, Michael Curtiz, Burt Lancaster, John Ford, Robert Wise e Paul Newman. 

 

Il Cinema di quegli anni però aveva già la propria epica, non a caso sono gli anni dei grandi western, dei grandi kolossal e dei grandi film di guerra: ottima espressione di quel sistema che cercava momenti eroici in cui inserire le proprie perfette figurine.

 

Lo sport forse sembrava qualcosa di troppo piccolo o, più probabilmente, la Settima Arte non aveva ancora trovato la sua giusta formula.

 

[Il trailer di Toro Scatenato]

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Nel 1980 però arriva uno dei primi e più grandi picchi dell’incontro tra Cinema biografico e sportivo: Toro Scatenato, la storia di Jake LaMotta.

 

Il racconto dell’ascesa e della caduta di un adone sportivo, in perfetto stile da antieroe newhollywoodiano, perfettamente interpretato da Robert De Niro: una precisa rappresentazione di un'epoca e di cosa abbia condotto un uomo prima a elevarsi sopra gli altri e poi a cadere rovinosamente.

 

Un capolavoro - si può definirlo così senza timore per l'abuso del termine - che senza dubbio pone l'asticella molto in alto per coloro che vorranno cimentarsi nel raccontare le vite degli atleti al Cinema.

 

 

[La vita turbolenta dietro lo sportivo in Toro Scatenato]

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Nonostante il primo grande impulso dato da Martin Scorsese e dalla storia di Jake LaMotta il Cinema biografico sportivo ci mette ancora qualche anno a

esplodere definitivamente.

 

Dopo Momenti di Gloria (1981) su Harold Abrahams ed Eric Liddell alle Olimpiadi del 1924 e Oltre la vittoria (1989) sul boxeur Salamo Arouch è negli anni ‘90 che arriva il primo grande exploit di questo universo cinematografico.

 

Nel giro di pochi anni escono In cerca di Bobby Fisher (1993) sullo scacchista Joshua Waitzkin, Rudy - Il successo di un sogno (1993) sul football giovanile e soprattutto Cobb (1994) sul giocatore di baseball Ty Cobb, oltre a un imprecisato numero di titoli minori.

 

[Il trailer di Cobb, con Tommy Lee Jones nei panni di uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi]

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Con l’avvento del nuovo millennio - in parte anche per le ragioni a cui ho accennato prima sull'abbandono delle ideologie e sul sempre maggiore individualismo - il fenomeno storie sportive esplode definitivamente.

 

A cavallo del Millennium Bug arrivano Hurricane - Il grido dell’innocenza (1999), Il sapore della vittoria (2000) e Alì (2001).

 

In particolare il film di Michael Mann, che raccolse due nomination agli Oscar e tre ai Golden Globe, è la perfetta espressione della commistione tra imprese sportive e vita lontana dai riflettori di una delle icone degli anni '60 e '70.

 

[Il trailer di Alì di Michael Mann con uno spettacolare Will Smith nei panni di Muhammad Ali, simbolo tanto grande da ritornare in seguito come ispirazione per Zlatan Ibrahimovic]

 

 

Dieci anni della vita di Muhammad Alì, dal 1964 al 1974, raccontati a cavallo tra la rappresentazione di un'epoca, la vita intima di un uomo combattuto e che sente il peso della sua riconoscibilità e la grandezza sportiva di uno dei pugili più grandi di tutti i tempi.

 

Tre film che raccontano lo sport e la realtà dietro la celebrità in maniera estremamente differente tra loro, ma che aprono la strada a un decennio in cui ogni anno esce almeno un film che unisce lo sport con il racconto di storie vere: dall’hockey al golf, dal basket al football, dal baseball al sempreverde pugilato, dalle corse di cavalli al nuoto.

 

[Il teaser di The Blind Side di John Lee Hancock che è valso l'Oscar a Sandra Bullock come Migliore Attrice Protagonista]

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Quasi tutte le discipline vengono toccate nel giro di pochissimi anni con film indimenticabili come Coach Carter, Cinderella Man, Indian, Glory Road, The Express, Imbattibile, The Blind Side e Invictus - L’invincibile.

 

Abbiamo prodotti più commerciali e film in cui grandi autori, sulla scia del già citato Mann, sfruttano grandi uomini e grandi storie per portare avanti il proprio Cinema: tra denunce sociali, racconti di segregazione razziale e puntuali rappresentazioni di epoche differenti.

 

[Il trailer di Invictus - L'invincibile di Clint Eastwood, valso due nomination agli Oscar e tre ai Golden Globe]

 

 

Nella lista appena fatta sul primo decennio degli anni 2000 spiccano in particolare tre film: Cinderella Man di Ron Howard sul pugile James J. Braddock, The Blind Side di John Lee Hancock sul giocatore di football Michael Oher e Invictus - L'invincibile di Clint Eastwood sulla nazionale di rugby sudafricana e sul loro rapporto con Nelson Mandela.

 

Tutti questi titoli hanno riscosso oltre a un grande successo di pubblico e critica anche nomination nei più importanti premi, donando una nuova dignità a questa moderna epica comune: cinque candidature tra Oscar e Golden Globe per il film di Clint Eastwood, altrettante per quello di Ron Howard e tre, ma con una vittoria, per The Blind Side.

 

[Il trailer de Il maledetto United, che si apre su un altro riferimento a Muhammad Ali]

 

 

Questo fenomeno che sembra essere circoscritto al Cinema statunitense poco a poco prende piede anche in Europa e dopo alcuni esperimenti tra Diego Armando Maradona e Primo Carnera, alpinisti e atleti di Triathlon tedeschi, nel 2009 c’è il primo grande successo di un biopic calcistico: Il maledetto United di Tom Hooper.

 

La storia dell’allenatore Brian Clough, uno dei manager più amati e conosciuti del calcio inglese, ripercorsa sia nel suo dominio con il Derby County, sia nella parentesi infelice al Leeds United.

 

[Il trailer di Rush, sulla sfida tra James Hunt e Niki Lauda]

 

 

Dopo il 2010 continua l'ascesa di un genere cinematografico che raccoglie premi e successi pubblico raccontando le storie di eroi sportivi come Lance Armstrong, Jackie Robinson, James Hunt, Niki Lauda e Vinny Pazienza.

 

Un periodo estremamente florido in cui troviamo opere di autori acclamati come David O. Russel e il suo The Fighter o ancora Ron Howard con l'amatissimo Rush, ma anche l'exploit di Bennett Miller che firma sia L'arte di vincere sia Foxcatcher - Una storia americana nel giro di pochi anni. 

 

[Il trailer di The Fighter di David O. Russell]

 

 

Non dimendicandosi film magari meno importanti a livello cinematografico, ma che raccontano storie altrettanto grandi come 42, The Program e Bleed – Più forte del destino.

 

Intanto continua anche in Europa l'arrivo di questa nuova epica sportiva, attraverso una narrazione più intima del fenomeno, in film come Estate ‘92 sulla vittoria degli Europei della Danimarca e il preziosissimo La vera storia di Olli Mäki, presentato al 34° Torino Film Festival, sull'omonimo pugile finlandese. 

 

[Il trailer di La vera storia di Olli Mäki, piccola perla che vi consiglio di non perdervi]

 

 

Negli ultimissimi anni il fenomeno è continuato e il Cinema sportivo biografico ci ha raccontato grandissimi campioni in film come Borg McEnroe e La battaglia dei sessi, due degli scontri più importanti della Storia del tennis, Tonya, sulla vita turbolenta della pattinatrice Tonya Harding, Le Mans '66 - La grande sfida, ovvero l'impresa della coppia Carroll Shelby e Ken Miles a bordo della Ford, e Una famiglia al tappeto sulla rivoluzionaria wrestler donna Paige.

 

Su quest'onda hanno visto la luce anche molti progetti tutti italiani come Il Divin Codino dedicato al calciatore Roberto Baggio o i vari film sul ciclista Marco Pantani usciti recentemente.

 

[Il trailer di Tonya, distribuito da Lucky Red come Zlatan: Oscar, Globe e BAFTA come Migliore Attrice non Protagonista per Allison Janney]

 

 

Zlatan si pone in maniera estremamente interessante in questo filone proprio per il racconto dell'uomo dietro all'eroe granitico che è sempre sembrato Zlatan Ibrahimović: chi più dell'attaccante svedese rappresenta qualcosa di divino e indistruttibile nel mondo del calcio?

 

Un'opera che allo stesso tempo riesce a umanizzare l'icona e a spiegare cosa ci sia dietro a quella maschera beffarda e sicura che si è portato dietro lungo tutta la sua carriera.

 

Un one man show incastonato in un film che mostra le periferie, in particolare Rosengård ai confini di Malmö, e tutti i dettagli spesso dimenticati della vita di un giovane atleta, risultando molto interessante da questo punto di vista e riuscendo anche a mostrare tanto calcio ben giocato e ben diretto: una rarità nel Cinema calcistico.

 

 

[L'ottimo Granit Rushiti nei panni del diciassettenne Zlatan Ibrahimović]

 
 

Una panoramica dai sobborghi ai grandi intrighi dietro ai campi da gioco con Mino Raiola e Luciano Moggi, il segreto dei colloqui con gli allenatori e della sacralità dello spogliatoio: tutto portato sul grande schermo.

 

Alle spalle del racconto di Zlatan un rapporto padre-figlio che indaga ancor di più le motivazioni di un grande campione e che ne spiega tanti atteggiamenti e scelte.

 

Un film solido, con una buona estetica e che sicuramente soddisferà gli appassionati di calcio che vogliono sapere qualcosa di più su Zlatan: la figura probabilmente più vicina a un eroe uscito da un mito dell'antica Grecia.

  

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