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Prisoners of the Ghostland - Recensione: Non abbastanza caos tra samurai e pistoleri - TOHorror 2021

È ripartito il TOHorror Fantastic Film Fest, dopo che la ventesima edizione era stata annullata per le ovvie conseguenze delle chiusure per la pandemia da COVID-19, e non poteva farlo con un titolo più emblematico per lo stile del Festival - almeno nelle attese - di Prisoners of the Ghostland, primo film di produzione americana dell’acclamatissimo autore giapponese Sion Sono con protagonista Nicolas Cage.

 

Il momento dell'incontro di due folli potrebbe far pensare: l’aura di culto caotico che avvolge l’attore losangelino è il ponte perfetto per il regista di Love ExposureWhy Don’t You Play in Hell? e Antiporno per avvicinarsi al mondo angolfono, dopo aver iniziato a flirtare con l’occidente con le due produzioni Netflix e Prime Video, rispettivamente Forest of Love e Tokyo Vampire Hotel.

 


[Trailer ufficiale di Prisoners of the Ghostland]

 Prisoners of the Ghostland Prisoners of the Ghostland Prisoners of the Ghostland Prisoners of the Ghostland

 

L’insieme di un cast che comprende Sofia Boutella, Nick Cassavetes e Bill Moseley e le prime immagini in cui si vedeva una Samurai City - nome della città "nippo-western" in cui è ambientato il film - piena di neon, colori e commistioni culturali lasciava presagire a un nuovo Tokyo Tribe che, con i suoi eccessi e la sua azione ipercinetica, poteva essere un perfetto biglietto da visita per l’approdo nel Cinema a stelle e strisce di Sion Sono.

 

Il musical rap del 2014, pur non essendo l’opera più memorabile o importante della filmografia del regista di Toyokawa, poteva segnare l’arrivo della sua estetica e della sua particolarissima caoticità in un Cinema estremamente diverso come quello americano, collocandosi in uno spazio tra il cult, il Cinema d’autore e quello "da grande pubblico".

 

Queste attese, originatesi da film per gli amanti del Cinema bizzarro e del mondo orientale, così come l’amore per due personaggi stravaganti come Cage e Sono, si palesate attraverso una sala gremita - ora che finalmente la capienza è tornata al 100% - e a un tifo (quasi da stadio) con annessa standing ovation alla comparsa del nome dell’attore di Long Beach sullo schermo.

 

Il TOHorror 2021 parte così: con un Cage apocalittico, un Sono sopra le righe e applausi scroscianti.

 

 

[Nicolas Cage, la tuta con gli esplosivi e l'estetica coloratissima di Sion Sono]
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I primi dieci minuti di Prisoners of the Ghostland sembravano dare credito a tutte queste suggestioni.

 

Prima una rapina in cui l’eccesso registico, che da sempre contraddistingue Sono, unisce ipercineticità, ralenti, stilizzazione e colori esasperati, poi un Nicolas Cage che da tipico prigioniero da film western si ritrova catapultato in un novello 1997: Fuga da New York in cui gli esplosivi, invece che iniettati in una capsula, sono agganciati a una tuta attillata di pelle nera, con luci rosse a metterli in evidenza in corrispondenza di arti, collo e, sopratutto, testicoli.  

 

Infine un eroe - Hero è l’unico nome con cui viene chiamato il protagonista - che nel rispondere alla missione imposta dal Governatore (Moseley), il “padrone” di Samurai City (il cui vestito bianco è esasperatamente contrapposto a quello di Cage), rifiuta la macchina nera che gli viene data per partire alla ricerca di Berenice (Sofia Boutella) saltando invece sulla sella di una vecchia graziella abbandonata.

 

Un inizio in cui tutto è sopra le righe ed estremamente carico nelle scelte visive, ma che dà la sensazione di una bomba a orologeria pronta a scoppiare da un momento all’altro in un tourbillon di sangue, luci, divertimento e follia: come rappresenta perfettamente il distributore di coloratissime caramelle che esplode all’interno della prima scena.

 

 

[Nicolas Cage nel mondo post-atomico di Ghostland]
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Non bisogna però lasciarsi ingannare dalle aspettative o dalle premesse che un film costruisce: infatti Sion Sono è anche il regista di The Whispering Star o di Himizu, film sicuramente più riflessivi e simbolici. Questa tendenza risulta subito chiara, non appena il protagonista esce dai confini di Samurai Ciity a cavallo della sua bicicletta.

 

Il suo varcare la soglia dell’avventura per andare incontro alla Ghostland mette in luce tutte le debolezze di un film in cui due tendenze diverse non solo non riescono a trovare la propria dimensione e armonia, ma in cui l’una tira giù l’altra e viceversa, svilendo le intuizioni - comunque presenti - di entrambe le parti.

 

Da un lato c’è una cittadina di samurai pistoleri, piena di neon e violenza, in cui il sangue sgorga facilmente e una volontà di esasperare il linguaggio dei grandi classici del western porta comunque a un risultato interessante, seppur non particolarmente innovativo.

Dall’altra c’è una discesa dell'eroe all’inferno (non l'unico riferimento dantesco del film) che sembra riferirsi più ad un viaggio interiore che a una reale sequela di avvenimenti, ambientata in un mondo post-apocalittico in stile Mad Max, in cui il tentativo di costruire allegorie, attese ed eterni ritorni prende il sopravvento.

 

In questo vediamo la prima stortura di un film che vorrebbe allo stesso tempo essere ritmato, movimentato, divertente ed esasperato, ma che poi si siede per lunghissimi minuti in spostamenti che ritornano sempre al punto di partenza e in simbolismi spesso abbastanza grossolani.

Infatti non siamo di fronte all’abilissima decostruzione di una donna e della sua psiche messa in atto in Guilty of Romance o in Antiporno o alle lunghe funzionalissime attese di The Whispering Star.

 

Dall’altra parte, la semplificazione e la vena grottesca su cui il Prisoners of the Ghostland cerca di sintonizzarsi porta su un piano troppo superficiale e didascalico ogni velleità di costruzione di un discorso sociale, politico e di autoanalisi.

 

 

[Sempre Hero prima del rendez-vous finale]
 
 

Questi problemi di tono e di amalgama non fermano certamente il film dall’avere delle ottime idee, sia nell’ambientazione - a mio avviso più riuscita - di Samurai City, sia in quella di Ghostland.

Oltre a un contesto visivo come sempre esagerato, ma affascinante e curato, e a una regia che quando vuole sa ritornare ai fasti di Why Don't You Play in Hell? gli elementi individuabili tipici del nostro Sion sono (scusate) più d'uno.

 

Primo tra tutti, l'osservazione costante della vicenda di masse di personaggi che parlano con un’unica voce ed interagioscono con il protagonista o l’antagonista: questo elemento ricorda moltissimo il coro del teatro ellenico e quei momenti in cui il “parlare di gruppo” sfrutta una sorta di musicalità, è uno degli aspetti che più mi hanno colpito di Prisoners of the Ghostland.

 

Anche il continuo ritorno nelle stesse situazioni e agli stessi luoghi, conditi da continui svenimenti di un Nicolas Cage - in versione quasi dantesca - offrono spunti interessanti su quello che, spingendosi un po’ oltre ciò che il film da solo permetterebbe di leggere, parrebbe essere un viaggio dentro il subconscio di un uomo dilaniato dalla colpa.

 

Vero è che questa lettura, se la si vuole elevare anche a percorso narrativo, per quanto possa offrire giustificazioni interessanti al sistema di scatole cinesi che compone il film, e ad alcune scelte che Sono mette in campo, avrebbe avuto necessità di più appigli e non giustifica comunque i difetti di tono e ritmo che lo affliggono.

 

 

[Sempre Nicolas Cage con la sua bellissima graziella in uno dei momenti più divertenti di Prisoners of the Ghostland]
 

 

Altro tema - abbozzato o troppo semplificato - è quello relativo alla costante compenetrazione fra elementi occidentali ed orientali; Samurai City ne è il simbolo perfetto: i dollari e le maschere kabuki, i grandi classici occidentali e le esplosioni nucleari che ricordano Hiroshima.
Un tratto stilistico che da un lato va letto in chiave autobiografica per il regista nipponico, ma che dall'altra rappresenta molto il suo Cinema fatto commistioni e riferimenti postmoderni.

 

Per ultimo: non siamo di fronte al Nicolas Cage istrionico ed estremo di Mandy, ma a una sua versione che funziona quando il film cerca di essere più demenziale o in cui cerca di sfruttarlo come maschera simile ad Ash de La Casa, ma che nei momenti di maggior dramma cade rovinosamente in una prova non abbastanza convincente, nè abbastanza sovraccarica.

 

Nelle scene d’azione inoltre (purtroppo) si vede tutta la goffaggine dell'attore protagonista rispetto allo stuntman che lo sostituisce, con un risultato obbiettivamente marchiano.

 

Nel complesso abbiamo un film di Sion Sono non indimenticabile, con delle buone intuizioni, ma che non riesce a riproporre quella splendida caoticità - in cui tutto combacia perfettamente - che ha sempre caratterizzato l'autore di Prisoners of the Ghostland.

 

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