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Illusions Perdues - Recensione: il lupo di Balzac - Venezia 2021

Ci sono due critici sulla riva di un lago che stanno osservando Gesù, il primo esclama: “Guarda: è in grado di camminare sull’acqua!” 

Il secondo risponde: “Perché non è capace di nuotare.”

 

Questa storiella ci viene raccontata verso la metà di Illusions Perdues, film diretto da Xavier Giannoli in competizione per il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2021.

 

Un dialogo rivelatorio, che descrive genialmente la bellezza ma anche la banalità della critica.

Il film ha un’ottima struttura narrativa? È didascalico.

Ci sono tanti elementi fantasiosi? Manca di idee.

 

A seconda del critico cambia anche l’opera artistica che viene analizzata e a questo punto la domanda provocatoria giunge spontanea: è la critica stessa che rende l’arte grandiosa?

Oppure è tutta un’illusione?

 

 

[Una clip tratta da Illusions Perdues]

 Illusions Perdues Illusions Perdues

 

Tratto dall’omonima opera di Honoré de Balzac, il film di Giannoli è - con tutte le differenze del caso - un The Wolf of Wall Street ambientato nell’editoria francese del 1800.

 

Assistiamo dunque all’ascesa e alla caduta dell’aspirante poeta Lucien, un grandioso Benjamin Voisin, risucchiato e rigettato dalla mondanità e crudeltà di Parigi.

Un po’ come il Jordan Belfort di Martin Scorsese, il protagonista cambia pian piano tutte le proprie convinzioni, abbracciando uno stile di vita votato all’eccesso accompagnato dalla totale mancanza di etica in ambito lavorativo.

 

Ci e gli viene insegnato che l’arte ha solo bisogno di buone recensioni, ma per ottenerle non basta essere talentuosi, bensì possedere il denaro sufficiente per comprare le opinioni positive dei critici.

Quando infatti Lucien si ritroverà a recensire negativamente il romanzo scritto da Nathan (Xavier Dolan) ecco che il dilemma etico sopraggiunge: come faccio a parlare male di una cosa che è oggettivamente grandiosa?

Semplice: basta applicare la storia dei due critici e il gioco è fatto. 

 

Sembra proprio essere tutto un gioco nel mondo editoriale messo in scena puntigliosamente da Giannoli in Illusions Perdues, dove nulla ha valore, dove tutto è solamente una grande illusione.

L’arte non esiste se non quando viene elevata a tale dalla critica, la stessa che si prodiga nel gettare - sempre per ricavarne un riscontro economico - bufale su ogni cosa.

Una grande farsa, un circo mediatico che in realtà dice tanto anche di molti ambienti giornalistici dei nostri tempi.

 

Come però capita al lupo di Wall Street, Lucien precipita presto in un abisso senza via di scampo, mostrando la vera natura di molte relazioni sociali, tutte figlie di un unico scopo: il denaro.

Il fascino della Parigi del XIX secolo viene completamente annientato dall’ossessione che ogni personaggio ha nei confronti dei soldi.

 

Ogni cosa ha un prezzo - assistiamo anche a una descrizione dei vari tipi di prostitute, anche qui simile al film di Scorsese - restituendo un'amarezza di fondo di chi, come il personaggio di Nathan, nell’arte crede davvero.

Strutturando un racconto denso di informazioni e visivamente ricco di elementi, Illusions Perdues di Giannoli si rivela dunque un film senza sbavature, con una ricostruzione storica ineccepibile attraverso un grande lavoro realizzato dalla scenografia e dai costumi.

 

Il regista francese non indugia mai però sugli elementi di scena, per lasciar spazio a una non velata denuncia dei problemi della superficie, controllando sempre - non scadendo quindi mai nel manierismo - la macchina da presa, regalandoci un film estremamente calibrato in ogni elemento.

 

Come avvenuto con Marguerite - qui omaggiato attraverso il titolo della raccolta di poesie di Lucien - il palco teatrale di Illusions Perdues è in realtà quello reale dove si muovono i nostri personaggi, rappresentazione di una fauna sociale disgustosa che ci rivela la grande illusione: nulla è cambiato da quando è stata scritta la profetica opera di Balzac.

 

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