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Ultima notte a Soho - Recensione: l'ambizione non basta - Venezia 2021

Prosegue l'allontanamento dalla commedia da parte di Edgar Wright, che con Ultima notte a Soho (dopo lo step intermedio Baby Driver - Il genio della fuga) riduce il peso di quella leggerezza - metalinguistica - che l'ha reso celebre per realizzare un "thriller psicologico con risvolti horror".

 

Dopo Paolo Sorrentino, dunque, un altro dei nomi più attesi di questa Mostra del Cinema di Venezia sorprende: purtroppo per il regista inglese, però, nonostante diverse premesse favorevoli le due operazioni non sortiscono lo stesso effetto.

 

È soprattutto il cambio di toni a far emergere in primis dei limiti di scrittura, limiti che frenano le ambizioni di un film che poggia gran parte delle proprie fondamenta sull'intreccio: pur mescolando più generi come di consueto e conservando una buona dose di citazionismo, Wright - autore della sceneggiatura assieme a Krysty Wilson-Cairns - non riesce insomma a mio avviso a stupire in positivo.

 

[Il trailer di Ultima notte a Soho

 

 

Il film racconta la storia di Eloise, diciottenne che dalla Cornovaglia giunge a Londra per studiare e inseguire il proprio sogno, sfondare nel mondo della moda come stilista, e che - come prevedibile - patisce il drastico cambio di habitat.

 

Subito, all'arrivo, si innescano alcune dinamiche da Coming of Age viste e riviste, che ad esempio interessano il rapporto con le altre studentesse o quello con il potenziale amico/partner.

 

Wright riesce tuttavia a non far storcere il naso grazie agli scambi dialogici, che talvolta paiono troppo impostati ma che sono comunque efficaci, e grazie al rapporto tra livello esterno e livello interno dell'opera.

 

Ultima notte a Soho è infatti edificato sull'alternanza (ovviamente non rigida) tra una dimensione materiale e una onirica che incorona come focus contenutistici e formali il tema del doppio e la dialettica realtà-finzione/rappresentazione.

 

In tal modo il regista costruisce per la prima volta una pellicola imperniata su una coppia femminile, quella composta da Thomasin McKenzie/Eloise e Anya Taylor-Joy/Sandie, entrambe dotate del giusto physique du rôle e autrici di prove convincenti.

 

Il passaggio alla dimensione del sogno, oltre ad innescare un evidente scarto stilistico, è poi rilevante in quanto scaturisce e si collega a tre elementi specifici, tutti legati alla protagonista, tre elementi di peso che non vengono tuttavia sviluppati - chi più chi meno - con l'adeguata compiutezza.

 

In primo luogo rimane sullo sfondo, confinata nella convenzionalità (anche visiva) e intesa quasi come mero ingranaggio narrativo, la relazione tra l'orfana Eloise e la madre, suicidatasi a causa di problemi psichiatrici.

 

In secondo luogo, la fascinazione della giovane per un momento mitico e lontano come la Swinging London determina le coordinate temporali del piano interno: tale mutamento, vista la sua natura, consente a Wright di sperimentare molto (e bene) sul versante estetico, ma viene tradotto con debolezza l'intento, dichiarato, di voler imbastire una sorta di "ammonimento sulla nostalgia".

 

Il terzo elemento, infine, risulta essere il più rilevante e concerne l'oggettivazione sessuale della donna (e per estensione lo "sfruttamento di qualsiasi gruppo emarginato"): appena arrivata nella capitale, in apertura, Eloise già subisce le indesiderate attenzioni di un tassista, rendendo chiara la presenza di un tema che - in maniere diverse - sarà capitalmente riproposto anche in riferimento a Sandie.

 

Lungi dal doverlo approfondire necessariamente, Wright concepisce il fenomeno come principale molla del doppio binario, ma sembra spesso non toccare le giuste corde.

 

 

[Anya Taylor-Joy è Sandie in Ultima notte a Soho]

 

 

In linea col resto della carriera del regista, l'opera nel complesso si colloca infatti con chiarezza e legittimità nel campo del Cinema di intrattenimento, un intrattenimento filtrato - come sempre più spesso accade - da una sensibilità artistica autoriale o tendente all'autoriale.

 

Questo approccio specifico è declinato da Edgar Wright in chiave postmoderna e metalinguistica, anche se in maniera meno evidente e fruitivamente centrale rispetto alla Trilogia del Cornetto: le citazioni di forma e di contenuto si sprecano e, inserite in una miscela di generi, guardano in prevalenza al "Cinema degli anni '60 e '70", a cineasti come Dario Argento (più di tutti), Roman Polanski, Alfred HitchcockMario Bava e Nicolas Roeg.

 

Il regista inglese sceglie però di non realizzare, ad esempio, un pastiche teso alla celebrazione della forma magari a scapito della trama, tentando invece ambiziosamente di realizzare una pellicola in grado di coniugare forza narrativa e forza stilistica.

 

Peccato che la prima sia piuttosto limitata a causa di una gestione non troppo felice degli scambi tra piano reale e onirico, della presenza di temi abbozzati e non mostrati sotto luci chissà quanto nuove o interessanti, di una generale prevedibilità e di una parte conclusiva (specie il finale) spesso claudicante.

 

Ciò purtroppo crea un certo scollamento tra progressione dell'intreccio e impostazione formale, soprattutto nella seconda metà dell'opera.

 

 

[Edgar Wright, Anya Taylor-Joy e Matt Smith a Venezia 78]

 

 

La fattura tecnica è ammirevole, con Wright che tocca il proprio vertice sfruttando alla perfezione le occasioni offerte dall'onirico: la regia è più varia, coerente e dinamica del solito - tra dolly e movimenti meno complessi - e viene valorizzata dal rapido montaggio di Paul Machliss, anche se sono la fotografia di Chung Chung-hoon (collaboratore abituale di Park Chan-wook) e il comparto sonoro curato da Steven Price a brillare.

 

Il DoP sudcoreano è fondamentale nel creare quello che Taylor-Joy ha definito "un viaggio d'acido", la trasformazione di Soho in un inferno al neon à la Luciano Tovoli, mentre il compositore Premio Oscar assembla una colonna sonora tanto azzeccata quanto variegata, che pesca o è influenzata ora dai Sixties, ora dal contemporaneo, ora dai Goblin.

 

Talvolta Price rischia addirittura di esagerare con alcuni effetti impiegati in chiave retorico-enfatica, specie in relazione alla zoppia della trama, ma in toto riesce a ripetersi dopo Baby Driver - Il genio della fuga.

 

Dispiace davvero dunque, alla luce dell'intento di fondo di Wright, vedere tanto potenziale forzatamente ridimensionato dalla sceneggiatura.

 

Sia chiaro: Ultima notte a Soho rimane comunque da vedere, rigorosamente in sala, ma durante la fruizione la mente potrebbe rischiare di correre in direzione del prossimo lavoro del talentuoso regista, che ha le carte in regola per concretizzare a pieno le proprie ambizioni.      

 

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