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La figlia oscura - Recensione: perdersi tra i ricordi - Venezia 2021

Dopo esser stata partecipe della raccolta di cortometraggi Homemade di Netflix, Maggie Gyllenhaal debutta alla regia con La figlia oscura, adattamento dell’omonimo romanzo di Elena Ferrante.

 

Esordire con un lungometraggio non è mai cosa semplice, se in più il palcoscenico è quello della Mostra del Cinema di Venezia la pressione a cui si viene sottoposti è alta: purtroppo però La figlia oscura si è rivelato, a mio avviso, un film deludente.

 

[Conferenza stampa de La figlia oscura]

 

 

Il fil rouge è quello che abbiamo potuto già vedere in Madres paralelas, madri imperfette che cercano in qualche modo di unire i cocci di un passato travagliato.

 

Leda (Olivia Colman) è un'insegnante di letteratura comparata italiana che sta trascorrendo le vacanze estive su un'isola greca.

L’incontro sulla spiaggia con una famiglia numerosa farà riaffiorare in lei i ricordi delle proprie figlie, cresciute - da quello che si può intuire - senza un vero e proprio supporto da parte della propria madre.

 

Maggie Gyllenhaal sceglie di mettere in scena il romanzo della Ferrante guardando al Cinema europeo, in particolare a quello di François Ozon, finendo però per realizzare un film privo di idee registiche e narrative degne di nota, poco ispirato e per questo inefficace nel messaggio di fondo.

 

Attraverso l'espediente del MacGuffin - la bambola scomparsa - La figlia oscura vorrebbe seguire la strada del racconto intimista in salsa thriller, ciò che però non colpisce e non graffia è come viene scavato all’interno della psicologia della protagonista.

 

Assistiamo dunque a continui flashback per capire perché il personaggio interpretato da Olivia Colman abbia seguito una certa strada, ma la narrazione per ellissi temporali non aiuta lo spettatore, perdendosi in un vortice di situazioni che allungano eccessivamente il film.

Il discorso affrontato da Gyllenhaal è più che mai attuale: l’indipendenza della donna nella società moderna anche a costo di rinunciare ai propri figli.

 

L’incontro con la famiglia sulla spiaggia infatti serve proprio a mettere in contraddizione attualità contro tradizione, quest’ultima rappresentata emblematicamente dal personaggio di Dakota Johnson.

È forse negli scontri verbali tra le due attrici - entrambe in parte ma nulla di più - che La figlia oscura trova la sua dimensione, seguendo a tratti la strada del Kammerspiel à la John Cassavetes, dimostrando anche una buona intuizione nell’uso della macchina a mano.

 

Il tutto resta però in superficie, in un film che cerca di scavare dentro l’io della protagonista e che invece non rivela mai la vera motivazione per la quale Lede ha abbandonato le proprie figlie.

 

Sicuramente questo poteva essere un elemento interessante, non dire ma mostrare; l’insistenza nel riproporre i frammenti del passato finisce però con il diventare vittima dello stesso MacGuffin su cui poggia il film: una bambola di pezza che resta solo un giocattolo da osservare con diffidenza.

 

La figlia oscura è un esordio poco convincente anche alla luce dello sforzo produttivo che c’è stato - nel cast c’è perfino Ed Harris - di cui resta solo un’ottima premessa iniziale e una colonna sonora trascinante composta da Dickon Hinchliffe.

 

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