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Il potere del cane - Recensione: abbaiare senza mordere - Venezia 2021

Il potere del cane segna il ritorno alla regia di Jane Campion a distanza di 12 anni da quando presentò al Festival di Cannes Bright Star, l’ottimo biopic sul poeta londinese John Keats.

 

L’autrice neozelandese si è sempre dimostrata interessata a svolgere un lavoro critico sulla società in cui viviamo, attraverso un ampio uso di fonti letterarie e antropologiche, declinando spesso il racconto in chiave storica, un aspetto attuo a sottolineare come tanti dogmi sociali della nostra comunità non sono mai cambiati.

 

Anche questo film presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia non fa eccezione, sebbene alcuni aspetti narrativi convincono molto meno rispetto ai suoi lavori precedenti.

 

[Il trailer de Il potere del cane]

 Il poter del cane il potere del cane

 

Ambientato in Montana del 1925, Il potere del cane narra essenzialmente la storia dei due fratelli Phil e George (Benedict Cumberbatch e Jesse Plemons), che gestiscono uno dei ranch più grandi della vallata.

 

La loro vita sarà scombussolata quando entrerà in gioco Rose (Kirsten Dunst), una cameriera disinnamorata della vita, e suo figlio Peter (Kodi Smit McPhee), aspirante chirurgo dal carattere introverso.

 

Come si può notare da questo scorcio di trama, i personaggi che hanno sempre contraddistinto i film della Campion sono presenti: abbiamo due figure maschili predominanti, una molto intelligente ma schiva e l’altra tonta ma di gran cuore, una donna che funge da miccia per innescare il moto degli eventi e un terzo elemento che svolge il ruolo da mina vagante per sorprendere gli stessi personaggi del film e di conseguenza anche noi spettatori.

 

I rimandi quindi a Lezioni di piano sono molti, ma se nell’opera filmica che ha conferito a Jane Campion la Palma d’oro a Cannes ogni personaggio riusciva ad avere una scrittura approfondita, ne Il potere del cane questo aspetto - fondamentale per la buona riuscita di un melodramma storico - viene a mancare.

Il discorso critico che sta alla base del film è evidente: una stoccata alla società maschilista mediante l’affermazione dell’identità femminile.

 

Assistiamo dunque alla contemplazione di momenti di vita ordinari dell’epoca, dove la ripetizione giornaliera delle dinamiche lavorative permette di conoscere e capire l’ambiente sociale in cui i personaggi si muovono.

Non c’è - come accade sempre nel Cinema della Campion - la ricerca artificiosa nell’innescare un intreccio coinvolgente, ma una certa insistenza sulla crudeltà psicologica messa in moto da Phil, atta a sopprimere un istinto naturale e allo stesso tempo idiosincratico.

 

Il potere del cane è tutto giocato sui toni minori, appoggiandosi però quasi completamente sull’interpretazione di Benedict Cumberbatch.

È infatti il suo personaggio - forse insieme a quello di Kodi Smit McPhee - a ricevere una grande attenzione, sfavorendo però lo sviluppo dei restanti elementi messi in campo.

 

La Campion indugia spesso sul corpo virile di Phil, maschile ma allo stesso tempo incompleto - simbolico da questo punto di vista il momento della castrazione dei tori - un mulinello che risucchia ogni cosa, sostenuto da un Cumberbatch che finalmente ritorna a una prova attoriale decisamente convincente.

A esser trascinato dal vortice di Phil ci sono però i due elementi che dovrebbero fungere per l'affermazione dell’identità femminile: Peter e Rose.

 

Il giovane ragazzo è fin dalle prime battute bullizzato per la sua effeminatezza, in netto contrasto con il carattere rude - il fango e la sporcizia sono aspetti ricorrenti - di Phil.

Nel momento in cui la famosa mina vagante a cui accennavo poco prima esplode, anche l’apparente corazza emotiva del personaggio di Cumberbatch si spezza, rivelandone la vera natura. Ecco allora che il famoso “potere del cane” che dà il titolo al film fuoriesce, rappresentato metaforicamente dall’ombra delle montagne.

 

Se però questi aspetti sia visivi - la costruzione dei quadri che compongono il film è assolutamente mirabile - che narrativi convincono, non lo fanno invece quelli legati ai personaggi di Jesse Plemons e Kirsten Dunst.

In particolare nei confronti di quest’ultima vi è una delusione di fondo immensa, dato che la Campion ci ha sempre abituati a figure femminili - a volte fragili e altre no - di grande spessore, cosa che di certo non si può dire in questo caso.

 

Si potrebbe quasi affermare che Il potere del cane funzionerebbe meglio senza Rose, utile solo a mettere in contrasto i due fratelli e a portare nelle dinamiche narrative il figlio Peter.

Oltre a ciò non vi è chiarezza sul perché il film sia diviso in capitoli, una scelta a mio avviso incomprensibile in quanto inutile ai fini dell’economia strutturale del racconto.

 

Il potere del cane resta comunque un’opera interessante da analizzare, che ci suggerisce che la mascolinità tossica può essere vinta, a discapito però di un sacrificio necessario per liberarsi da ogni paura che ci circonda, soprattutto per proteggere ciò che amiamo.

 

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