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Dune - Recensione: un sogno spezzato a metà - Venezia 2021

Finalmente dopo una lunga attesa, il nuovo adattamento cinematografico di Dune diretto da Denis Villeneuve è tra noi.

 

C’era molta curiosità nei confronti di questo film, sia per l’ambizione in termini produttivi che questa operazione ha portato, sia per vedere la mano con cui il regista dello stupendo Blade Runner 2049 ha trasposto su schermo l’imponente romanzo di Frank Herbert.

 

Un lavoro che fin dall’inizio si preannunciava mastodontico e pieno di problemi, come ci ricorda Alejandro Jodorowsky nel suo documentario Jodorowsky's Dune e come purtroppo abbiamo potuto vedere - ovviamente contando tutta la storia travagliata che ne consegue - nell’adattamento di David Lynch del 1984.

 

Ma in conclusione, com’è il film diretto da Denis Villeneuve?

 

[Il trailer internazionale di Dune]

 

 

Una volta uscito dalla sala lo confesso: la sensazione di smarrimento e di insoddisfazione era molto alta, perché essenzialmente Dune è “solo” la prima parte di un'epopea cinematografica che vuole segnare la Storia del Cinema.

 

Riflettendoci, però, il lavoro svolto da Villeneuve era l’unico per evitare che si verificasse un nuovo fallimento, questo perché il romanzo scritto da Herbert è talmente pregno di informazioni che un film unico sarebbe stato risucchiato dalla sua stessa linfa vitale.

 

C’è da dire che viene detto fin da subito che questo sarà il primo atto del progetto, una sorta di scacchiera su cui sono state posizionate le pedine in attesa della partita vera e propria.

L’unico e grande difetto di Dune è quindi proprio questo: un film costruito per introdurci in un universo fantascientifico senza pari, dove la filosofia regna sovrana e necessita di tempo per sedimentare, per essere capita e di conseguenza amata.

 

Dune non è certamente un blockbuster mainstream, anche se l’operazione produttiva potrebbe portare a pensare ciò, ma un kolossal di cui il Cinema sentiva estremamente bisogno.

Denis Villeneuve sembra - con tutte le proporzioni - deciso a replicare l’operazione svolta da Peter Jackson con Il Signore degli Anelli vent’anni fa, cercando di rendere Dune un nuovo fenomeno pop senza snaturare la sua vena autoriale.

 

Il ritmo del film quindi non guarda assolutamente ai prodotti del Cinema d’intrattenimento al quale siamo abituati, cercando invece di seguire quelli - se vogliamo - più contemplativi di Blade Runner 2049, dove l’atmosfera coadiuvata dalle mastodontiche scenografie immergono lo spettatore in un universo fantascientifico che guarda da vicino Star Wars: una saga che ha preso molto però dal romanzo di Frank Herbert.

 

La scacchiera messa in scena da Denis Villeneuve è estremamente curata, elegante e maestosa a cui però manca qualche mossa per non rendere questo primo capitolo un’operazione monca, cosa non avvenuta con Peter Jackson e Il Signore degli Anelli - La compagnia dell’anello.

 

Spesso, con il passare dei minuti, vengono poste delle basi su cui però successivamente non si vuole camminare, passando solo in punta di piedi per non fare rumore, per non sforzare un impianto narrativo che a mio avviso avrebbe giovato di qualche strappo in più.

 

La dilatazione dei tempi sembra voler prepararci a un'epicità che non arriva mai, complici alcune scelte che hanno fatto sì che molte scene sulla carta spettacolari si risolvessero in pochi minuti.

Assistiamo quindi a delle battaglie riprese mediante campi lunghissimi, accompagnate dalla colonna sonora di Hans Zimmer - evocativa, ma a mio avviso non memorabile - che nulla può contro degli stacchi di montaggio che smorzano subito il pathos fino a lì costruito.

 

Un vero peccato anche perché il lavoro svolto da tutto il cast è straordinario, in particolare quello di Timothée Chalamet nei panni di Paul Atreides.

Dotato di un carisma perfetto per il ruolo che deve interpretare, Chalamet riesce a sostenere una prova attoriale molto difficile sulla carta, tanto è sfaccettata la psicologia del suo personaggio in perenne movimento tra viaggi interstellari, addestramenti nei combattimenti - la star di Chiamami col tuo nome possiede anche il physique du rôle dell’eroe - e incubi a occhi aperti.

 

Se, come detto, tutto il cast è grandioso, la scelta invece di rendere il personaggio di Zendaya così di contorno è figlia della stessa natura del film.

 

Paul, durante tutta la durata di Dune, ha continuamente delle visioni di Chani (Zendaya), un modo a mio avviso per far capire al pubblico che si arriverà a conoscere un personaggio di vitale importanza, ma che quando il momento tanto atteso giunge - il quale coincide con il terzo atto - l’entusiasmo si è già assopito sotto la sabbia del deserto.

 

Che cosa resta quindi di questa prima parte di Dune?

 

Sicuramente un universo cinematografico affascinante, curatissimo, dove appena usciti si vorrebbe già rientrare di nuovo, ma mancante di una vera forza narrativa tale da rendere capace questo film di camminare sulle proprie gambe.

 

“Questo è solo l’inizio” dice il personaggio di Zendaya: l’inizio di un sogno spezzato in due di cui non vediamo l’ora di guardare la vera natura.

 

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1 commento

Davide Rancati

2 mesi fa

Totalmente d'accordo, l'ho apprezzato di più rispetto al film di Lynch, anche se mi sembra sbagliato paragonarli. Per ora è tutto in sospensione, la speranza è quella che l'attesa non sia troppo lunga. Dal prossimo film mi aspetto che si osi un po' di più, che l'epicità costruita in intere sequenze venga ripagata. 
Veramente un ottima recensione

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