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Onoda: 10000 notti nella giungla - Cannes 2021 - Recensione

La storia del soldato fantasma giapponese Hiroo Onoda è una di quelle che crea suggestioni, pensieri e immagini anche solo ascoltandola. 

 

Onoda è stato uno degli ultimi cosiddetti "soldati fantasma giapponesi", quei pochi militari dislocati in posti sperduti ai quali nessuno disse che la Seconda Guerra Mondiale era finita e che sono rimasti in servizio anni, decenni, convinti di dover continuare a combattere per l'Impero. 

 

Non sono pochi, ma Hiroo Onoda è uno di quelli che è rimasto fedele ai suoi ordini per più tempo: 29 anni. 

 

 

 

Il regista Arthur Harari - anche co-sceneggiatore assieme a Vincent Poymiro - riesce a raccontarci la vita di quest'uomo facendoci capire come sia stato possibile, con un film che ha una grazia e un passo che ricordano il miglior Terrence Malick

 

Onoda faceva parte di un manipolo di combattenti addestrati in maniera diversa rispetto agli altri soldati, il loro superiore insisteva con loro soprattutto su un concetto: non avete il diritto di morire, dovete sopravvivere a tutto senza arrendervi mai. 

Nel dicembre 1944 Hiroo Onoda è tra i soldati che vengono mandati su un'isola delle Filippine a contrastare l'avanzata degli americani, con il compito di organizzare ed effettuare azioni di guerriglia. 

 

Pochi mesi dopo un attacco dell'esercito USA decima le milizie giapponesi e i pochi rimasti si inoltrano nella giungla. 

 

 



Il film segue i successivi - quasi - trent'anni nei quali i soldati rimasti a combattere diventano sempre meno, fino ad arrivare a uno solo. 

 

Trent'anni in cui la guerra finisce, il mondo si rivoluziona, evolve, inventa. 

 

Diecimila notti che hanno trasformato la società lasciando indietro uno dei suoi membri più integerrimi, più fieri, più rigorosi ed integri, uno per cui al contrario non è cambiato niente. 

 

 



L'estetica e il tono del film sembrano quasi uscire da quegli stessi anni '70 che in parte raccontano.

 

Fotografia e messa in scena costruiscono quadri straordinari, composti a meraviglia e sempre funzionali a quello che stanno raccontando: si nota il gusto per il piano medio al cui interno sono presenti tutti i personaggi della scena e che la animano in ogni parte, con volti e corpi che comunicano costantemente stati d'animo; con l'andare avanti del racconto risulta in questo modo ancora più evidente la progressiva perdita di personaggi, che muoiono, scappano, cambiano.

 

Etereo e terreno, Onoda ha la Natura come ulteriore personaggio che accoglie, nasconde, allaga e aliena, che rende possibile la sopravvivenza se vissuta in simbiosi ma che può annientare in ogni momento anche se, in fondo, a uccidere è sempre e soltanto l'essere umano. 

 

 


 

Onoda ci porta anche a chiederci se saremmo in grado di profondere un tale impegno con tale abnegazione, mettendo sempre al primo posto qualcosa che non sia soltanto noi stessi; il discorso oltrepassa il soggetto del film, che non ha intenzione di raccontare la storia di un eroe né quella di un pazzo e pertanto non prende posizione e non giudica l'uomo per ciò che fa, ma preferisce raccontarci perché lo abbia fatto. 

 

Così diventa comprensibile come mai dopo decenni due soldati possano ritenere false le foto della propria famiglia, le riviste e le notizie alla radio che smentiscono la loro convinzione, che palesano che la guerra è finita davvero tanto tempo fa. Perché non può essere vero. 

I superiori sarebbero andati a prenderli, con nuovi ordini: se non hanno saputo niente semplicemente la guerra non è finita, hanno mandato false prove investendo tanti soldi e scritturando attori somiglianti a un padre o a un fratello solo per catturarli, perché evidentemente quell'avamposto è diventato di fondamentale importanza tattica per la fine della guerra.

 

È una trappola. 

Il mondo esterno non esiste più ed esiste solo il mondo che si sono creati intorno e dentro di loro. 

 

La vita è diventata una continua lotta contro tutto, per "sopravvivere a tutto senza arrendersi mai".

 

 

 

 

Il film ha aperto al 74° Festival del Cinema di Cannes la sezione Un Certain Regard e personalmente lo ritengo tra i migliori film visti in questi giorni. 

 

La sinossi cattura per l'eccezionalità della storia che si legge essere vera, ma Harari non si compiace del soggetto accattivante facendosi bastare quello e con Onoda costruisce un'opera integra e rigorosa come i suoi soldati, con protagonisti diretti a meraviglia, formalmente ineccepibile e profonda, che ci restituisce il ritratto di un uomo complesso e singolare che sentiremo di aver conosciuto davvero. 

 

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