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Benedetta: ambiguità sulla Croisette - Cannes 2021 - Recensione

Uscito dall'anteprima mondiale di Benedetta, diciasettesimo lungometraggio di Paul Verhoeven, mi sono sentito allibito, pieno di dubbi e - leggendo qualche commento a caldo della stampa internazionale - inadeguato rispetto al mio ruolo di recensore.

 

A prescindere dal freddissimo e fugace applauso tributato dalla Sala Debussy ai titoli di coda del film, Benedetta si è presentata al mondo come una pellicola vogliosa di provocazione, black humor ed efferatezza visivo-contenutistica.

L'idea del cineasta olandese era - abbastanza evidentemente - quella di spingere sul pedale dell'acceleratore affrontando (e smembrando) temi delicati come la religione (e l'istituzione ecclesiastica), l'autoaffermazione personale e i tabù sessuali, ma non solo.

 

[Il trailer internazionale di Benedetta]

 

 

Il problema è che se gli intenti e i messaggi sono piuttosto chiari, la messa in scena delle vicende, dei concetti e la loro resa finale, al contrario, sono a mio avviso a dir poco farraginosi.

 

Basato sul saggio di Judith Brown Atti impuri - Vita di una monaca lesbica nell'Italia del Rinascimento, il film racconta la storia di Benedetta Carlini (Virginie Efira), una suora del XVII secolo che dopo aver preso i voti in un convento italiano inizia una storia d'amore con un'altra donna, a sua volta novizia del monastero di Pescia, in provincia di Firenze.

 

Accompagnata da visioni mistiche della Madonna e del redentore sin da bambina, la scoperta della propria sessualità e l'amore per Bartolomea (Daphne Patakia) aumenteranno la sensibilità medianico-religiosa di Benedetta che incontrerà più volte il Cristo in sogno e riceverà persino le stigmate, diventando così una sorta di santa (e simbolo cristotelico umano) agli occhi dei paesani toscani e delle consorelle.

 

 

[Simbologie nascoste]

 

 

Nel mettere in scena la sua versione della storia di Benedetta, Verhoeven carica i simboli religiosi di provocazioni - a dir poco esplicite (in tutti i sensi) - che lasciano ben poco spazio all'interpretazione dello spettatore, il quale, frastornato, si ritrova così ad osservare statuine della Madonna trasformate in sex toys, visioni di un Gesù guerriero che brandisce la spada tagliando teste di stupratori e orribili serpenti in una CGI Eau de Asylum.

 

Osservando il Cinema del regista de Il quarto uomo non si può dire che sia un autore estraneo a violenza, sesso e una satira spesso marcatissima: in tal senso, i cult Robocop (1987), Atto di forza (1990), e l'adorabile Starship Troopers (1997) sono esempi brillanti e, in modi differenti fra loro, più che riusciti.

 

In Benedetta gli elementi sopracitati ci sono tutti, ma mal amalgamati, esasperati fino a raggiungere (e, a mio modo di vedere, superare ampiamente) il limite del kitsch e del cattivo gusto.

 

 

[Scrivere "Madonna-dildo" nella didascalia, in questo caso, non corrisponde a blasfemia]

 

 

Il comparto tecnico - quasi - in toto è da dimenticare: la fotografia ballonzola alticcia tra l'Hercules di Kevin Sorbo, anonimi soft porno (Italia Sette Gold mode: ON) e una brutta novelitas. 

 

Il cast - che al suo interno vanta nomi altisonanti come quello di Charlotte Rampling - viaggia completamente a briglia sciolta, quasi non esistesse una direzione di regia e offrendo performance abbastanza desolanti; costumi e scenografie non sono mai credibili e fanno rimpiangere set e prop di un "qualsiasi" Ladyhawke di passaggio. 

 

Il montaggio di Job ter Burg, seppur non brillantissimo, funziona (nonostante le risatine del Théâtre Claude Debussy per un paio di stacchi), ma c'è da segnalare come molte scene sembrino essere state inserite nel prodotto finale per l'assenza di take di riserva.

 

Benedetta è un film destinato a spaccare profondamente il pubblico, un film ambiguo che non dichiara in maniera netta il tono narrativo e il suo intento di fondo.

Un prodotto senza meta che ha condotto alla risata il pubblico in sala su momenti che avrebbero dovuto essere invece solenni, angoscianti quanto una tortura medioevale o appassiona(n)ti e intensi come il primo incontro erotico fra due giovani donne.

 

Un film destabilizzante, che lascia lo spettatore stordito per quanto ha appena visto e che potrebbe non fornirgli una chiara sensazione rispetto a quella che dovrebbe essere la sua reazione allo spettacolo: indifferenza, sarcasmo, ilarità o confusione?

 

 

["I muri sono caduti... Adesso è tornato il tempo di... aprire... tutto"]

 

 

Benedetta va preso sul serio, dandogli credito e inorridendo di conseguenza per il suo - a mio modesto avviso - scarso gusto rappresentativo, oppure va considerato alla stregua di un Machete, dove tutto è concesso e si deve prendere ogni cosa che compare sullo schermo con estrema leggerezza?

 

L'ho scritto all'inizio di questa recensione e lo ribadisco in chiusura: sarò tardo di comprendonio, ma la risposta a questi quesiti è per me semplicemente insondabile.

 

Sicuramente il limite è mio e devo porgere le mie scuse a Paul Verhoeven, anche se suppongo che il mitico regista - per il cui ultimo film nutrivo una grande aspettativa - se ne faccia davvero ben poco.  

 

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